22 ottobre 2021
Aggiornato 11:30
Dopo lo storico incontro

Putin vs Obama, se l’intesa è (im)possibile

Il vertice lungo un'ora e mezza tra Barack Obama e Vladimir Putin, secondo quest'ultimo, avrebbe evidenziato un «terreno comune» su cui agire in Siria. Eppure, le divergenze rimangono nettissime, soprattutto su Assad

NEW YORK – Non si vedevano dall’11 novembre 2014, quando, durante il summit ATES a Pechino, in un breve e gelido vertice rigorosamente in piedi parlarono in breve di Ucraina, Siria e Iran. Ieri, invece, il face to face tra Barack Obama e Vladimir Putin è durato 40 minuti più del previsto, superando l’ora e mezza, e si è concluso con la soddisfazione del capo del Cremlino, che l’ha definito «costruttivo e incredibilmente franco». Il «terreno comune» – come l’ha chiamato Putin – che le due superpotenze rivali hanno trovato consiste nell’ipotesi, seppur ancora solo ventilata, di collaborazione per bombardare congiuntamente l’Is; eppure, la divisione rimane ancora nettissima sul punto chiave della vicenda, che ha un nome e un cognome: Bashar al Assad.

Terreno comune... tranne Assad
Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Obama ha ribadito il suo punto di vista: quello di Assad è un regime che ha alimentato una guerra quadriennale ed ha sfiancato il popolo siriano. Perciò, se di «transizione gestita» si può forse parlare, questa dovrà avvenire rigorosamente senza il «terribile dittatore». Una posizione che Putin si è impegnato a smantellare. Il presidente russo ha infatti ricordato come tutti i tentativi di «esportare la democrazia» abbiano portato solo a «tragiche conseguenze». Putin ha perfino suggerito, con una sorta di allusiva autocritica, che Washington stia replicando gli errori commessi dall’Unione Sovietica, che a suo tempo cercò di imporre il proprio modello di sviluppo ad altri Paesi, ignorandone le specificità. «Non posso evitare di chiedere a coloro che hanno causato questa situazione: vi rendete conto, ora, di quello che avete fatto?», ha domandato, con un lampante riferimento ai «nemici» americani. Eppure, per il capo del Cremlino la domanda finirà a fluttuare nell’aria, «perché le politiche basate sull’assoluta fiducia in se stessi e sulla convinzione della propria eccezionalità e impunità non sono mai state abbandonate».

Il terrorismo e chi lo finanzia
Con tali premesse, sulla Siria Putin non è arretrato di un millimetro. E’ a suo avviso «ipocrita e irresponsabile» il tentativo di chiudere gli occhi di fronte ai «canali attraverso cui i terroristi sono finanziati, mentre si fanno dichiarazioni in merito alla minaccia da questi rappresentata per il mondo intero». «Pensiamo sia un enorme errore rifiutarsi di cooperare con il governo siriano e le sue forze armate, che sono in prima linea contro il terrorismo», ha sottolineato. Il capo del Cremlino ha quindi puntualizzato che, «se faremo qualcosa, lo faremo in pieno accordo con le norme del diritto internazionale». Al contrario, i raid condotti da Australia, Francia e Usa sul territorio siriano sono, per Putin, illegali, perché non inquadrati sotto l’egida dell’Onu, né richiesti dal governo legittimo.

Intesa o... duello?
Viene da chiedersi, dunque, quale sia il «terreno comune», quale accordo tra le due potenze sarà fattibile, se le due posizioni restano tanto divergenti sui punti chiave. Secondo l’analisi del Telegraph, l’avvicinamento sarebbe possibile in quanto Obama avrebbe, nei fatti, già rinunciato da molto a rovesciare Assad. Se anche la Casa Bianca ha fatto sapere di rimanere sulla sua posizione, per il quotidiano britannico la risposta americana al decisionismo russo è stata ugualmente molto debole: un «lamento», più che un «ruggito». A dimostrazione di ciò, le «azioni» che non sono seguite alle «parole», il fatto che i raid abbiano avuto come unico obiettivo l’Is e che nessun provvedimento serio sia stato preso per isolare la posizione russa e far uscire di scena Assad. Che sia davvero così o meno, è difficile dirlo. Di certo, lo scontro Obama-Putin ha svelato, un volta per tutte, le carte: da un lato la linea dura di Mosca contro l’Is, dall’altra, l’indecisione di Washington sulla strategia da seguire. Al centro, un Putin che, dall’«ombelico» del mondo occidentale, ha ricordato agli Stati Uniti gli effetti del proprio egocentrismo. Una scena che, al direttore di teatro Sergei Kurginyan – simpatizzante del capo del Cremlino – ha ricordato la trama dell’Enrico IV shakespeariano. «Il discorso di Putin è stato una chiamata a duello», ha detto. «Un’aspirazione di leadership globale». Proprio sotto gli occhi del suo eterno rivale americano.