3 dicembre 2020
Aggiornato 07:30
Un milione di persone in piazza per chiedere le sue dimissioni

Brasile, perché traballa il «trono» della Rousseff

Il crollo di popolarità è favorito da recessione, austerità e dagli scandali che hanno travolto il suo partito e la politica in generale

BRASILIA (askanews) - Un crollo di popolarità del genere non si era mai visto. Nel giro di due anni Dilma Rousseff, presidente del Brasile ed erede del sogno laburista di Luiz Inacio Lula da Silva, è passata dal 65% di gradimento a meno del 10%, che l'hanno resa il capo del governo più odiato dai tempi della dittatura militare di trent'anni fa. Ieri almeno 900 mila persone - due milioni secondo gli organizzatori - hanno sfilato per le strade di circa 200 città per chiedere le sue dimissioni, manifestazioni imponenti sotto la guida di Eduardo Cunha, leader dell'opposizione al Congresso e l'unico ad aver proposto la procedura di impeachment contro la Rousseff. Il governo ha minimizzato, scrivendo in un comunicato del Ministero delle comunicazioni, che i cortei si sono svolti «all'interno del quadro democratico», ma è palpabile l'imbarazzo di fronte alla triplice tempesta che ha travolto l'ex guerrigliera.

Recessione, austerità, instabilità politica
La Rousseff paga una recessione economica che l'ha spinta ad adottare misure di austerità impopolari, dopo anni di aumento della spese sociale, una fragile maggioranza parlamentare dopo le incerte elezioni che le hanno conferito il secondo mandato nel 2014, ma soprattutto lo scandalo della corruzione attorno al gigante petrolifero statale, la Petrobras, che ha coinvolto in pieno il suo Partito dei Lavoratori. 

Corruzione e mala politica
L'Operazione Java Lato (lavamacchina), inizialmente avviata dagli inquirenti brasiliani nel 2014 su sospetti di riciclaggio di denaro, ha finito con il mettere nel mirino alcuni responsabili esecutivi della Petrobras e politici a vario titolo, accusati di ricevere mazzette da alcune compagnie di costruzione in cambio di contratti a prezzi gonfiati. La scoperta ha portato a centinaia di avvisi di garanzia e di perquisizioni e a decine di arresti: l'ipotesi degli investigatori è che il sistema avesse già mosso oltre 10 miliardi di reais brasiliani, pari a circa 3,5 miliardi di dollari. Negli ultimi giorni, due ex responsabili esecutivi della OAS, colosso delle costruzioni brasiliano, Jose Aldemario Pinheiro e Agenor Medeiros sono stati condannati in primo grado a 16 anni di carcere per corruzione di alcuni funzionari di governo, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere. Secondo gli investigatori, sono decine le compagnie che hanno pagato le mazzette per assicurarsi cospicui contratti con la Petrobras, un quadro di corruzione sistemica, dove pagare è la rougtine e fa parte del gioco. Alla fine di luglio, un giudice dello Stato di Parana ha ordinato l'arresto di Jose Dirceu, uno dei fondatori del Partito dei Lavoratori, capo dello staff del governo di Lula fra il 2003 e il 2005. Dirceu, che era già agli arresti domiciliari per un'altra accusa di corruzione, nega le sue responsabilità, ma non è l'unico politico legato al partito della Rousseff a essere finito nei guai. Come il tesoriere del partito, Joao Vaccari Neto, arrestato a San Paolo nell'ambito della stessa inchiesta.

Lo scandalo l'ha travolta
La Rousseff, che ha guidato la Petrobras per diversi anni fra il 2003 e il 2005 su incarico di Lula, ha negato di essere mai stata a conoscenza di nessuna corruzione e ha detto che non cederà alle pressioni e alle minacce, intendendo portare a termine il suo mandato presidenziale. Due le possibili trappole sul suo cammino: la locale Corte dei Conti, che dovrà giudicare se il governo ha infranto la legge nel 2014 facendo pagare alle banche pubbliche delle spese che spettavano allo Stato e il Tribunale supremo elettorale che dovrà determinare se le spese per la campagna elettorale della Presidente siano state effettuate anche con i proventi dello scandalo Petrobras.