25 febbraio 2020
Aggiornato 14:00
L'opinione di due economisti di fama internazionale

«Atene è la dimostrazione che l’euro e l’austerity hanno fallito»

Mentre il referendum si avvicina, Tsipras sembra conquistare una sempre più larga fetta di opinione pubblica. Tra i sostenitori, anche due illustri economisti. Secondo cui l'euro e l'austerity hanno fallito, e i leader europei hanno un obiettivo più politico che economico...

ATENE – Mentre la partita tra Troika e Grecia prosegue con proposte dell’ultimo minuto, ulteriori passi indietro e un referendum che si avvicina minaccioso, sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo esperti e opinionisti dicono la loro su quanto sta accadendo. Atene sta conquistando una buona fetta di opinione pubblica, nel suo tentativo di opporre resistenza all’Europa dell’austerity. E tra i «conquistati» figurano, tra gli altri, anche due illustri economisti.

Mortale il duo austerity-euro
Paul Krugman, dalle pagine del New York Times, sostiene che la Grecia sia la più grande dimostrazione di come la creazione dell’eurozona sia stata un errore, perché l’Europa non aveva le precondizioni per gestire una moneta unica. Krugman non nega che, prima della crisi, Atene si sia resa protagonista di molti sprechi. Tuttavia, ritiene che quanto ha fatto dopo per «riparare» – tagli alle pensioni, ai salari dei dipendenti pubblici, aumenti fiscali e varie misure di austerità – sarebbe dovuto bastare: e invece no. La vera ragione per cui l’economia greca è collassata è stata l’austerity, non accompagnata, per forza di cose, da una svalutazione che favorisse l’export. Insomma, il duo austerity-euro si è rivelato mortale. Certo, lo scenario «Grexit» sarebbe a dir poco spaventoso, ed è questo il motivo per cui anche Syriza ha sempre cercato di scongiurare un tale epilogo. Eppure, di fronte all’ennesimo «prendere-o-lasciare» della Troika, la Grecia dovrebbe essere pronta a correre anche questo enorme rischio.

La Troika non solo non si pente, ma persevera
Dal canto suo, il Premio Nobel Joseph Stiglitz, su The Guardian, si stupisce che la Troika non solo non abbia ammesso le sue responsabilità, ma addirittura non abbia «ancora imparato». Perché di fatto si sta ancora chiedendo ad Atene un avanzo primario del 3,5% del Pil entro il 2018: risultato raggiungibile solo a prezzo di una crisi ancora più profonda. Pochi Paesi sono riusciti a sopportare tutte le misure che ha patito Atene negli ultimi cinque anni per ottenere un avanzo primario. Soprattutto, «quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese», scrive Stiglitz. «È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo». Insomma, se misure «di salvataggio» ci sono state, queste erano dirette più ai creditori che al debitore.

La testa di Tsipras il bottino più ambito
Stiglitz si spinge più in là. L’Europa non avrebbe bisogno dei soldi che chiede, anzi: ne avrebbe altri da prestare. L’obiettivo, dunque, sarebbe un altro. Un obiettivo con un nome e un cognome: Alexis Tsipras. Il premier greco non solo ha vinto sulla promessa di cambiare l’Europa, ma ora sta di fatto sottoponendo alla legittimazione popolare il destino della Grecia: un destino che, secondo i piani, sarebbe dovuto essere dettato dalla Troika. Perciò, «molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi». Prima che per il default e il Grexit, dunque, i sonni di Bruxelles sarebbero turbati dal primo ministro di un piccolo Paese del Sud Europa. E il modo migliore per scongiurare la minaccia sarebbe costringerlo a firmare un accordo in contrasto col proprio mandato, delegittimandolo agli occhi dei suoi elettori. Un motivo in più, secondo Stiglitz, per cui i greci dovrebbero perseverare sulla linea del «no».