22 ottobre 2021
Aggiornato 12:00
Il viaggio apostolico

Il Papa a Sarajevo: «No a chi cerca lo scontro di culture»

La chiamavano la «Gerusalemme d’Europa», una speranza e insieme un destino nel nome. Già in aereo, poco dopo il decollo da Roma, Francesco spiega ai giornalisti: «Sarajevo ho sofferto tanto nella storia e adesso è in un bel cammino di pace. È per parlare di questo che faccio il viaggio, come segno di pace e preghiera di pace».

SARAJEVO (askanews) - Samuel Huntington, accademico statunitense e guru della Washington dei Bush, prese proprio questo angolo del globo, i Balcani, a riprova della sua teoria, affidata al volume che nel 1996 lo ha reso celebre in tutto il mondo, «The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order». «Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro», scrisse. Papa Francesco ha visitato oggi Sarajevo, capitale di quella Bosnia Erzegovina teatro tra il 1992 e il 1996 di un sanguinoso capitolo della guerra nella ex Jugoslavia, per smentire quella visione del mondo, promuovere il dialogo tra fedi e la convivenza tra etnie, e promuovere la pace.

Tutti siamo fratelli, tutti adoriamo un unico Dio
Jorge Mario Bergoglio ha iniziato il suo viaggio di dodici ore con i bambini, lo ha concluso con i ragazzi. «E' necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui», afferma il Papa nel discorso mattutino al palazzo presidenziale. «In tal modo, anche le gravi ferite del recente passato possono essere rimarginate e si può guardare al futuro con speranza, affrontando con animo libero da paure e rancori i quotidiani problemi che ogni comunità civile è chiamata ad affrontare. Ho visto oggi questa speranza - ha aggiunto a braccio - nei bambini che ho salutato agll'aeroporto: islamici, ortodossi, ebrei, cattolici e altre minoranze, tutti insieme, gioiosi: quella è la speranza, facciamo al scommessa su quello». Ai ragazzi che lo salutano a fine delle 12 ore di visita, il Papa, sempre a braccio, dice, accomiatandosi da Sarajevo: «Voi siete il fiore di primavera del dopoguerra: fate la pace tutti insieme. La pace ci porta la gioia, la pace si fa fra tutti, musulmani, ebrei, ortodossi, cattolici, altre religioni. Tutti siamo fratelli, tutti adoriamo un unico Dio».

La crisi economica peggiora la situazione
E' il terzo viaggio del Pontefice argentino in Europa, il terzo nei Balcani dopo quello in Albania l'anno scorso. Oltre al discorso rivolto a tutto il continente, nel viaggio a Strasburgo, questo Papa sinora ha evitato le grandi capitali del vecchio continente ed ha preferito, coerentemente con la sua programmatica attenzione alle periferie, questa regione martoriata. Dagli accordi di Dayton in poi, che fecero tacere le armi ma hanno bloccato il paese in una complicata architettura istituzionale, si alternanto, a rotazione, un presidente serbo, uno croato e uno bosniaco. Le tre etnie ricalcano quasi perfettamente le distinzioni religiose, ortodossa, cattolica e musulmana. Le potenze estere guardano con interesse alla Bosnia Erzegovina, che si tratti dell'attenzione di Mosca alla locale ortodossia o l'influenza dell'islam wahabita dei paesi del Golfo alla locale comunità musulmana. La crisi economica peggiora la situazione. I cattolici, dimezzati in un quarto di secolo, si sentono discriminati. Non mancano moti revangisti, tanto che un gruppo di intellettuali, tra di essi la regista Jasmila Zbanic, hanno fatto appello al Papa, alla vigilia del viaggio, affinché prendesse le distanze dall'ultranazionalismo croato.

C'è chi vuole creare un clima di guerra
La giornata di Francesco è molto intensa: dopo la cerimonia di benvenuto al palazzo presidenziale («La Bosnia ed Erzegovina - afferma con la soddisfazione dei suoi ospiti - è infatti parte integrante dell'Europa») dice messa con oltre 60mila fedeli nello stadio Koseva. C'è chi vuole creare un clima di guerra e «fomentarlo deliberatamente», in particolare «coloro che cercano lo scontro tra diverse culture e civiltà, e anche coloro che speculano sulle guerre per vendere armi», dice il Papa alla messa mattutina, per poi riecheggiare l'appello di Giovanni Paolo II: «Mai più guerra!». «Mentre con la celebrazione di Giovanni Paolo II noi eravamo un po' in inverno, alla fine dell'inverno, adesso possiamo sperare di essere già un poco in primavera, nonostante che le difficoltà continuino ad esserci», chiosa il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Samuel Hungtinton è alle spalle. Dopo il pranzo con i sei vescovi del paese alla nunziatura, nel pomeriggio il incontra dapprima preti, religiosi e seminaristi alla cattedrale, dove ascolta tre drammatiche testimonianze dell'epoca della guerra. «Care sorelle, cari fratelli, non avete diritto a dimenticare la vostra storia. Non per vendicarvi, ma per fare pace», dice loro il Papa, indicano il frate, il prete e la suora che hanno parlato come «martiri». Segue l'incontro interreligioso ed ecumenico. Il dialogo interreligioso, afferma, «qui come in ogni parte del mondo, è una condizione imprescindibile per la pace, e per questo è un dovere per tutti i credenti». Schiette le testimonianze degli esponenti delle altre fedi: il musulmano Husein Kavazovic ricorda il «genocidio subito dai musulmani bosniaci» e osserva sconsolato: «Sembrerebbe che per le persone di fede sia diventato più importante sostenere i rispettivi blocchi politici, militari ed economici, anziché testimoniare la Verità e aiutare il popolo non con il potere ma l'amore e il conforto». Il vescovo ortodosso Vladika Grigorjie, ricorda che «la guerra porta con sé disgrazie, omicidi, trattamenti crudeli sempre sui più piccoli e sui più innocenti; assassini e vittime si verificano tra tutte le parti in conflitto. Tuttavia - aggiunge - noi, figli della Chiesa di Dio, in particolare, dovremmo essere preoccupati e pieni di vergogna per il fatto che, nel nostro Paese, i cristiani hanno ucciso cristiani e non cristiani; perciò questo paese, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è pieno di tombe, grotte, chiese e monasteri in macerie». Il presidente della comunità ebraica Jakob Finci ha assicura al Papa: «Non vogliamo mentirle, perché non siamo politici, dicendo che qui è tutto latte e miele oppure che non ci sono problemi. I problemi ci sono, ma stiamo cercando di risolverli insieme, consapevoli che è possibile sopravvivere in questa splendida parte della terra, che Dio ci ha dato affinché la usassimo, solo se lavoriamo insieme».

Mai costruire muri, soltanto ponti
Ultimo appuntamento, i giovani. «Siete la prima generazione dopo guerra, voi siete fiori di una primavera, che vuole andare avanti e non tornare alla distruzione, alle cose che ci fanno nemici uno dell'altro», dice loro. E poi spiega che non bisogna dire «io» e «tu», ma «noi»: «Noi vogliamo essere noi per non distruggere la patria, per non distruggere il paese: tu sei musulmano, ebreo, ortodosso, cattolico, ma siamo noi, questo è fare la pace, e questo è proprio della vostra generazione e della vostra gioia. Voi avete una vocazione grande: mai costruire muri, soltanto ponti».