21 giugno 2021
Aggiornato 21:30
I nemici sono sempre più fluidi, e la luce in fondo al tunnel sempre più lontana

La guerra al terrorismo avrà mai fine?

Fu George Bush a parlarne per primo dopo l'11 settembre; ma «guerra al terrorismo» è un'espressione quasi paradossale. Perché il nemico è un bersaglio fluido, astratto, sempre più difficile da definire e contrastare con strumenti bellici. E perché, ormai, è diventata un'emergenza permanente

NEW YORK«Guerra al terrorismo»: espressione lanciata da George Bush, e ancora da prima pagina a 13 anni di distanza. Un’espressione quasi paradossale: perché in guerra, prima di tutto, si deve avere chiaro l’obiettivo da colpire. E il terrorismo, al contrario, è un «nemico» sfuggente, endemico, difficile da sconfiggere con meri strumenti bellici. Eppure, quella definizione ha letteralmente materializzato la percezione di vivere in uno stato d’emergenza, dove l’adozione di legislazioni particolari e la sospensione di diritti e libertà fondamentali sono giustificati.

Un nemico sempre più astratto
Dal 2001, l’America non ha ancora vinto la sua guerra: piuttosto, dall’evoluzione retorica dell’antiterrorismo, si evince che il nemico è diventato sempre più astratto e indefinibile. Per Micah Zenko, membro del Centro di Azione Preventiva presso il Council on Foreing Relations, è in particolare negli ultimi 6 mesi che questo processo si è radicalizzato.  Prima, il nemico era al Qaeda; poi, è diventato sempre più amorfo: l’Isis non basta a definirlo; si tratta, piuttosto, di un generico «estremismo islamico», magma di formazioni e milizie che popola il mondo arabo. Così, l’espressione diviene sempre più paradossale, quanto più il nemico sfuma nell’astratto.

Estremisti chi?
La comunicazione politica americana ha così adottato la nuova retorica: «Se il governo Usa fosse così impreciso nello sganciare bombe come lo è nel definire i nemici terroristi, si macchierebbe di crimini di guerra», scrive Zenko. La questione non è banale. Chi sono, oggi, i nemici degli Usa e dell’Occidente? Per Obama, sono «coloro che corrompono l’Islam»; i vertici Usa li chiamano «violenti terroristi». Il Segretario di Stato John Kerry è stato ancora più vago: i nemici dell’America sono «i nemici dell’Islam». In più, gli States sono in campagna elettorale: evento che rende la «guerra al terrorismo» un topos particolarmente inflazionato. Uno dei candidati repubblicani, Marco Rubio, l’ha addirittura declinato in chiave cinematografica: «Penso al film ‘Taken’... Liam Neeson. Lui aveva un filo conduttore, ed è questa la strategia che dovremmo adottare: ‘Noi ti cercheremo, noi ti troveremo, noi ti prenderemo’».

Una guerra senza fine?
E se indefiniti sono i nemici, altrettanto  dicasi per i confini temporali. Per Obama, come tutte le guerre, anche quella al terrorismo «avrà una fine»; ma tale opinione non è così condivisa. O, almeno, non lo conferma la retorica dominante: la guerra al terrorismo è diventata la norma, emergenza permanente e ossessiva. Lo ha ammesso il Segretario alla Difesa Ashton Carter: «Dobbiamo pensare al terrorismo come a una parte duratura della nostra missione di sicurezza nazionale». Sulla stessa linea, il direttore della CIA John Brennan, che ha osservato: «Sfortunatamente è una lunga guerra. È una guerra che stiamo combattendo da millenni. Penso che dovremo essere sempre vigili in proposito». Una lotta che si estende nel tempo sempre più indefinitamente, ma che, secondo l’ideologia ufficiale, alla fine l’America vincerà. Il terrorismo sarà dunque sconfitto dalla superpotenza? A Zenko, pare piuttosto improbabile, almeno finché gli Usa continueranno a perseguire l’attuale strategia. Così, continueranno a combattere una guerra senza fine, contro un concetto sfuggente e imprendibile.