26 gennaio 2020
Aggiornato 12:30
Dopo l'adesione di Francia e Spagna al fronte anti-quote

Immigrazione, cresce l'Europa del «no»

Francia e Spagna sono soltanto gli ultimi due Paesi giunti a rimpinguare il fronte anti-quote di accoglienza dei migranti. Una proposta che ha scoperchiato un'autentica polveriera, rivelando quanto l'Europa sia di fatto ancora profondamente divisa. E vissuta come un cappio, possibilmente da recidere.

BRUXELLES - «La posizione del mio governo è chiara: siamo contrari alle quote obbligatorie. E credo lo siano anche altri Paesi: la Repubblica Ceca, la Slovacchia, i Paesi Baltici, la Polonia e il Regno Unito. E, se non sbaglio, ora si è aggiunta anche la Francia». Non si sbaglia, Szabolcz Takacs, ministro del governo ungherese. Proprio ieri – altro giorno campale per l’agenda sull’immigrazione europea, in cui si è approvata la missione contro i trafficanti in Libia – l’Ungheria ha alzato la voce, forte dell’ultima, illustre adesione al fronte anti-quote: quella francese.

Il fronte anti-quote
Fronte che sembra destinato ad allargarsi, a giudicare da quanto riferito da Takacs: «Siamo in contatto con gli altri Paesi contrari e stiamo cercando di rinsaldare i legami tra di noi e trovare altri alleati [...]. Dobbiamo trovare soluzioni direttamente nei Paesi che sono all'origine dell'immigrazione». La Polonia era stata più cauta, in proposito, parlando della necessità di adottare un sistema «su base volontaria». Diplomatico ma non troppo il primo ministro francese Manuel Valls: «La Francia è contro l’instaurazione di quote di migranti», ha chiarito. «Non bisognava lasciar passare la sensazione che avremmo accettato queste quote», ha spiegato al Journal du Dimanche.

Ripartizione iniqua?
D’altra parte, sembra proprio che non ci sia pericolo che questa «sensazione» passi. Perché a rimpinguare l’esercito degli «anti-quote» si è aggiunta anche Madrid, secondo cui, ha dichiarato il suo Ministro degli Esteri, gli sforzi di solidarietà «devono essere proporzionati, giusti e realisti, e quelli proposti dalla Commissione non lo sono». Il malcontento spagnolo deriva in particolare dall’«algoritmo» utilizzato per calcolare le rispettive quote: sulla formula, infatti, pesano  per il 40% il Pil e la popolazione di ogni Stato, e solo per il 10% il tasso di disoccupazione e gli sforzi già fatti sul fronte immigrazione. Una tecnica che, d’altronde, svantaggia anche il nostro Paese.

Trend di (non) accoglienza confermato
In ogni caso, a puntare i piedi sono stati, soprattutto, i Paesi storicamente più propensi a respingere richieste d’asilo. La Polonia, nel 2014, ne ha accettate il 27%, la Francia il 22 e l’Ungheria solo il 9 (a fronte, ad esempio, di un 58% italiano e di un 94% bulgaro). Parallelamente, quei Paesi sono anche quelli che, nel 2013, hanno vantato i tassi più elevati di richieste: la Francia è seconda solo alla Germania, con un 15,2%; il Regno Unito ne ha ricevute il 6,9%, l’Ungheria il 4,3 e la Polonia il 3,5.

Unione europea legame insopportabile
In questo quadro, il sistema delle quote funzionerà? A giudicare dai presupposti, non si può evitare più di una punta di scetticismo. Ma ciò che più colpisce è che, alla prova dei fatti, di fronte all’emergenza, l’Europa si è mostrata ancora una volta straordinariamente divisa: quasi che la suddivisione delle quote sia vissuta come l’ennesima «imposizione» della tirannica Bruxelles. Lo dimostra anche un titolo della BBC, suo malgrado rivelatore, riferito alla particolare condizione di «opt-in» del Regno Unito: «UK not bound by EU quota plan for housing migrants», «Regno Unito non legato dal piano Ue di quote per l’accoglienza migranti». Catena insopportabile, questa Europa. Appunto.