28 febbraio 2020
Aggiornato 01:00
La crisi irachena

«Fermate il genocidio degli yazidi»

Il grido di denuncia verso l'immobilismo internazionale è stato lanciato dal figlio del leader della minoranza religiosa da Ginevra: «Chiediamo al mondo libero di intervenire immediatamente» per fermare la carneficina, ha detto Breen Tahseen, diplomatico iracheno residente in Gran Bretagna e figlio del Principe Tahseen Saeed Bek, leader del popolo yazida.

GINEVRA - Il mondo non sta facendo abbastanza per fermare il «genocidio degli yazidi» in Iraq. Il grido di denuncia verso l'immobilismo internazionale è stato lanciato dal figlio del leader della minoranza religiosa da Ginevra: «Chiediamo al mondo libero di intervenire immediatamente» per fermare la carneficina, ha detto Breen Tahseen, diplomatico iracheno residente in Gran Bretagna e figlio del Principe Tahseen Saeed Bek, leader del popolo yazida.

Parlando ai giornalisti a Ginevra a nome di suo padre, Tahseen ha detto che le milizie jihadiste dello Stato Islamico hanno ucciso più di 3mila yazidi e rapito almeno 5.000 persone da quando sono penetrate nella regione nordoccidentale di Sinjar all'inizio del mese.

Secondo Tahseen almeno 20mila yazidi sono ancora rifugiati sulle montagne, molti di più dei 4-5mila stimati dal Pentagono. Tasheen ha lodato lo sforzo per aiutare la sua gente intrappolata sulle montagne ma ha lamentato che viene prestata poca attenzione agli yazidi rimasti nei villaggi dell'area di Sinjar, circondati dai miliziani dell'Is che li considerano eretici da sterminare.

«Il genocidio è peggiore che sulle montagne», ha detto, aggiungendo che circa 4mila famiglie sono rimaste nell'area, incluso nel villaggio di Kocho, dove i jihadisti avrebbero ucciso 80 persone la scorsa settimana. Secondo Tahseen, per ora, 300 persone in totale sono state uccise, altre 700, in maggioranza donne e bambini, sono state rapite.

24enne yazida: siamo schiave sessuali, tante si sono uccise - «Diverse ragazze si sono suicidate. Oggi una ragazza si è impiccata con il velo ed è morta. Salvateci, salvateci. Chiunque possa sentire la nostra voce - Stati Uniti, Europa, chiunque - per favore aiutateci, salvateci»: questo l'accorato appello lanciato attraverso l'agenzia di stampa curda Rudaw da una 24enne yazida detenuta dai jihadisti dello Stato islamico nel nord dell'Iraq.

Secondo la donna, sarebbero circa 200 le donne yazide rinchiuse con lei nella prigione situata nei pressi della contea di Baaji, nella provincia di Mosul: «Dalle tre alle quattro volte al giorno vengono nel cortile della prigione. Le ragazze li supplicano di sparare loro alla testa per mettere fine alla loro miseria».

In lacrime la ragazza ripete più volte la località dove si trova la prigione in cui è rinchiusa, supplicando anche di lanciare raid aerei per seppellirle e farle riposare in paese: «Ogni giorno arrivano i combattenti e cercano tra di noi. Prendono due o tre ragazze carine. Quando le ragazze tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate. I combattenti portano le ragazze ai loro emiri, che ne abusano sessualmente».