23 febbraio 2020
Aggiornato 22:00
Lotta per il potere

Iraq: al Maliki non cede, è scontro con Masum

Il contestatissimo primo ministro iracheno ha conquistato un'importante vittoria nella sua battaglia per mantenere il potere, con la conferma della sua legittimità da parte della Corte federale. Un verdetto giunto mentre l'esercito, dispiegato in forze nella capitale Baghdad, resta praticamente impotente di fronte all'avanzata delle forze jihadiste.

BAGHDAD - Il contestatissimo primo ministro iracheno ha conquistato un'importante vittoria nella sua battaglia per mantenere il potere, con la conferma della sua legittimità da parte della Corte federale. Un verdetto giunto mentre l'esercito, dispiegato in forze nella capitale Baghdad, resta praticamente impotente di fronte all'avanzata delle forze jihadiste.

La Corte federale, alla quale domenica sera al Maliki si era rivolto per denunciare le violazioni della Costituzione a opera del presidente iracheno Fuad Masum, ha confermato che la Coalizione dello Stato di diritto è quella - numeri alla mano - più importante in Assemblea nazionale. La carta fondamentale irachena stabilisce che la carica di premier debba essere conferita proprio al leader della prima forza parlamentare.

La denuncia di al Maliki a carico di Masum ha scatenato l'ira degli Stati Uniti, che hanno invitato il primo ministro a non aggiungere la crisi politica all'emergenza umanitaria e militare nel Paese. Washington poi, per la prima volta dal ritiro delle sue truppe da Paese a fine 2011, si è impegnata direttamente in Iraq, autorizzando raid aerei contro posizioni jihadiste nel nord del Paese.

La Corte federale però, lo stesso organismo che aveva revocato lo scorso anno la limitazione a due mandati per la carica di primo ministro, permettendo ad al Maliki di aspirare alla conferma, si è nuovamente espressa a favore del premier in carica.

Alleanze «ballerine», alleanze fragili: dalle elezioni politiche del 30 aprile, l'Assemblea nazionale è diventata il luogo di tutte le trattative per restare o arrivare al potere. Una battaglia in cui al Maliki ha perso alleati preziosi, dagli Stati Uniti ai 'frondisti' in seno al suo stesso partito. Un passo indietro però non è mai arrivato, al Maliki ha sempre rivendicato che la Coalizione dello Stato di diritto è quella con più seggi - benchè senza una chiara maggioranza - e ormai ha dalla sua la Corte federale. Resta da vedere se il presidente Masum, un curdo a sua volta nominato al termine di estenuanti trattative, si piegherà a questa decisione o tenterà di trovare altre opzioni.

Di fronte a questa situazione esplosiva, la capitale irachena è pattugliata da un numero inusuale di forze di sicurezza, misure che ricordano quelle prese in caso di stato di emergenza, ha spiegato un alto responsabile della polizia.

Diverse importanti strade sono state chiuse al traffico e la Zona Verde, il settore ultraprotetto di Baghdad dove si trovano le istituzioni chiave del Paese, è ancora più pattugliata dell'ordinario. In un breve intervento in tv domenica sera, il primo ministro ha affermato che l'Iraq deve far fronte a una «situazione pericolosa» e che «i figli dell'Iraq» devono tenersi pronti.

Parole che hanno una eco particolare, soprattutto perchè da oltre due mesi l'esercito non riesce a tener testa all'avanzata delle milizie jihadiste che si sono impadronite di larghe parti di territorio, in molti casi senza incontrare resistenza. Nel Nord del Paese, le forze curde - i peshmerga - hanno per lungo tempo rappresentato l'ultimo baluardo con le milizie jihadiste.

Molto considerati per la loro efficacia e la loro preparazione, i peshmerga hanno a loro volta approfittato delle difficoltà delle forze armate per assumere il controllo di nuovi territori, scatenando la rabbia di al Maliki. Sotto la pressione economica e aggravate dalla messa in sicurezza di un territorio ingrandito del 40 per cento, loro stessi sono però dovuti fuggire di fronte ai guerriglieri dello Stato Islamico (IS). Le milizie jihadiste ne hanno approfittato per stabilirsi a una quarantina di chilometri da Erbil, capoluogo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, e impadronirsi dello sbarramento di Mosul, il più grande del Paese.

Le difficoltà dei peshmerga hanno notevolmente pesato nella decisione di Washington di procedere ai raid aerei contro le milizie jihadiste. Da giovedì, le forze americane hanno effettuato «con successo molteplici raid aerei, tanto con aerei che con droni, per difendere le forze curde nei pressi di Erbil», hanno indicato i responsabili.

Questo ha permesso ai peshmerga di riprendere le redini di alcune città. Domenica, «hanno liberato Makhmour e Gwer (...) Il sostegno aereo americano ha contribuito», ha affermato un portavoce delle forze curde, Halgord Hekmat. Hanno tuttavia perso la città di Jalawla, 130 chilometri a Nord-Est di Baghdad dopo due giorni di feroci combattimenti.

La situazione umanitaria resta, in ogni caso, catastrofica: centinaia di migliaia di persone sono state lasciate per strada dall'avanzata delle milizie jihadiste. Tra i rifugiati, numerosi cristiani cacciati da Mosul, seconda città dell'Iraq che è caduta a inizio giugno nelle mani dell'Is, e della località cristiana di Qaraqosh, presa la scorsa settimana dalle milizie jihadiste.

La minoranza di lingua curda e non musulmana degli yazidi è ugualmente minacciata dalla conquista di Sinjar, uno delle sue roccaforti. Rifugiate nelle aride montagne circostanti, migliaia di yazidi tentano di sopravvivere tra la fame e le milizie jihadiste, con temperature che talvolta superano i 50 gradi. La Lega araba ha accusato lo Stato islamico di commettere «crimini contro l'umanità» perseguitando gli yazidi.