24 luglio 2019
Aggiornato 06:30
La crisi Ucraina

Torna il caos a Kiev

Maidan al centro di scontri tra manifestanti e Forze dell'ordine che avevano il compito di sgomberare la piazza dalle ultime tende e barricate ancora in piedi dopo oltre otto mesi. Scontro dunque annunciato e inevitabile che simboleggia le difficoltà della classe dirigente, sia nella capitale che a livello nazionale, nei rapporti con quelli che sono stati il grimaldello per far crollare il preside

KIEV - Torna il caos a Kiev, con Maidan al centro di scontri tra manifestanti e forze dell'ordine che avevano il compito di sgomberare la piazza dalle ultime tende e barricate ancora in piedi dopo oltre otto mesi. Nonostante gli inviti ripetuti del sindaco della capitale Vitaly Klitschko, che subito dopo la sua elezione il 25 maggio aveva promesso di liberare Piazza indipendenza considerando la fase rivoluzionaria ormai conclusa, gli irriducibili non hanno mai lasciato le loro posizioni.

Nemmeno questa mattina, quando circa trecento dipendenti comunali, affiancati dai volontari dei battaglioni paramilitari Kiev 1 e 2 agli ordini diretti del borgomastro, sono arrivati nel centro cittadino con l'intenzione di far smobilitare la variegata compagnia di Maidan, costituita da un centinaio di rappresentanti dei vari movimenti protagonisti della rivoluzione di febbraio, da Samooborona (Autodifesa) a Pravi Sektor (Settore di destra), dai cosacchi agli altri gruppi di attivisti, militarizzati e non, che avevano promesso già allora di voler vigilare sulla nuova élite al potere.

Scontro dunque annunciato e inevitabile che simboleggia le difficoltà della classe dirigente, sia nella capitale che a livello nazionale, nei rapporti con quelli che sono stati il grimaldello per far crollare il regime di Victor Yanukovich e ora attendono come tutte il resto del Paese le riforme promesse e non arrivate. Il discorso vale sia per Vitaly Klitschko e anche per il capo di stato Petro Poroshenko, eletto anch'egli il 25 maggio e la cui residenza presidenziale è a un centinaio di metri da Maidan.

L'oligarca re del cioccolato nel corso dei suoi primi due mesi alla Bankova, dove è entrato ufficialmente il 7 giugno, non è mai stato visto di buon occhio dall'ala radicale di Maidan in quanto esponente di un sistema che i rivoluzionari vorrebbero spazzare definitivamente.

Le prime barricate erano state tolte in parte a giugno, dopo laboriose trattative tra le autorità cittadine e governative e dopo che le elezioni comunali e presidenziali di fine maggio avevano comunque sancito la fine ufficiale del periodo rivoluzionario. I duri di Piazza indipendenza avevano giurato però che sarebbero rimasti a controllare l'operato dei nuovi arrivati al potere e davanti agli edifici simbolo della capitale, dal palazzo del governo al parlamento, manipoli di paramilitari sono sempre rimasti a presidiare simbolicamente gli ingressi.

Numericamente limitati, ma in ogni caso decisivi come nella fase sanguinosa di Maidan, gli ultranazionalisti sono stati ripagati in minima parte dal punto di vista politico. Solo l'ex comandante di Maidan, Andrei Paruby, è stato ricompensato con il posto di segretario del Consiglio di sicurezza nazionale ed è lui che ha coordinato i rapporti con i gruppi paramilitari che si sono integrati in parte nella Guardia nazionale e in parte asserviti al ministero dell'Interno, con un ruolo speciale riservato a Pravi Sektor, il cui leader Dmitri Yarosh ha sempre detto di non prendere ordini da nessuno.

I vari battaglioni di volontari che stanno combattendo nel Donbass, come ha sottolineato il quotidiano online Liga, quando torneranno dopo la fine della guerra, difficilmente staranno a fare da spettatori in un paese dove il sistema oligarchico è ancora quello che regna tra la corruzione dilagante e lo stato al collasso.

Il presidente Petro Poroshenko, il premier Arseni Yatseniuk e tutti gli altri governanti oggi devono in sostanza le loro posizioni a chi su Maidan ha giocato di forza e ora si trovano di fronte a una strada a senso unico con la sfida di dovere riformare veramente l'Ucraina. L'alternativa, ha scritto Liga, è che il paese imploda definitivamente.