13 luglio 2020
Aggiornato 17:00
La crisi dei debiti sovrani

Argentina in default

Il mercato aveva creduto in un accordo in extremis spingendo al rialzo i prezzi dei bond e l'indice Merval, che ieri aveva chiuso in rialzo del 6,95%. Ma alla fine «nessun accordo» è stato raggiunto tra l'Argentina e un gruppo di hedge fund che chiedevano di essere rimborsati pienamente per i bond su cui il Paese era fallito nel 2001.

NEW YORK - Il mercato aveva creduto in un accordo in extremis spingendo al rialzo i prezzi dei bond e l'indice Merval, che ieri aveva chiuso in rialzo del 6,95%. Ma alla fine «nessun accordo» è stato raggiunto tra l'Argentina e un gruppo di hedge fund che chiedevano di essere rimborsati pienamente per i bond su cui il Paese era fallito nel 2001.

Per due giorni di fila i legali di Buenos Aires e i cosiddetti creditori «holdout» si sono confrontati a New York alla presenza del mediatore americano che ieri, quanto le parti hanno abbandonato nel pomeriggio americano il tavolo delle trattativa, aveva detto che il default del Paese sudamericano era «imminente». Di fatto l'Argentina vive il suo secondo default in 13 anni. Ieri è scaduto infatti il periodo di grazia da 30 giorni entro cui il governo presieduto da Cristina Fernandez de Kirchner doveva effettuare il pagamento da 539 milioni di dollari degli interessi sui titoli a debito in scadenza il 30 giugno scorso. E quando le banche hanno chiuso i battenti senza effettuare quel versamento, come da attese è scattata la bocciatura di S&P. Il rating è stato portato a «selected default» da CCC- (comunque un livello spazzatura). In pratica l'agenzia riconosce che l'Argentina sta onorando i suoi impegni su certi bond e non su altri.

Le condizioni in cui il default si verifica sono tuttavia diverse da quelle di 13 anni fa. L'economia locale non è in crisi anche se è considerata vulnerabile. E non a caso ieri il mediatore Daniel Pollack, è stato chiaro: «le piene conseguenze di un default non sono prevedibili ma certamente non sono positive». Quelle conseguenze già si sentono: nell'after-hours i titoli quotati in Usa della società di servizi finanziari Grupo Financiero è arrivata a cedere il 22% (nella seduta aveva guadagnato il 12,17%), Banco Macro ha perso il 13% circa (aveva chiuso con un +13%) e il gruppo petrolifero YFP ha segnato un -12%. Pollack ha aggiunto: «il default non è una condizione 'meramente' tecnica ma piuttosto un evento reale e doloroso che farà male alle persone».

Nel corso di una conferenza stampa che si è svolta presso il consolato argentino a New York, un concitato Axel Kicillof, il ministro dell'Economia, ha difeso la sua nazione: i soldi ci sono per pagare i creditori «exchange» che, dopo il default del 2001, accettarono le ristrutturazione del debito del 2005 e 2010, quelle che invece gli hedge fund in questione non sottoscrissero. Il punto è che un giudice americano (Thomas Griesa) impedisce a Buenos Aires di versare loro i dovuti pagamenti se prima non vengono dati 1,5 miliardi di dollari agli hedge fund. E' per questo che ha nuovamente proposto loro di chiedere a Griesa di sospendere quel divieto. «Non sembra rappresentare una cosa difficile per loro" ha detto dicendo che la richiesta del cosiddetto "stay" non è stata però avanzata. Una "situazione di estorsione», l'ha definita Kicillof. Il ministro ha poi sostenuto che il giudice in questione non comprende la complessità del caso e che favorisce i fondi hedge.

Kicillof ha promesso che l'Argentina continuerà a effettuare i pagamenti al 92% circa dei creditori che dopo il 2001 accettarono il concambio. Il ministro ha spiegato di avere offerto agli hedge fund uno swap tra i titoli a debito in loro possesso e titoli nuovi, garantendo loro lauti rendimenti «ma volevano di più». Il ministro non esclude che si riccorra a una soluzione chiamando in causa il settore privato. Il riferimento è a un piano in cui venga in soccorso l'associazione bancaria argentina.

Dopo la debacle delle trattative dell'ultimo secondo, di sicuro si continuerà a trattare. Perché come ha detto Pollack alla fine della sua nota «non si può permettere al default di diventare una condizione permanente altrimenti la Repubblica dell'Argentina e i detentori di bond, sia gli holdout sia gli exchange, soffriranno danni sempre più gravi e i cittadini argentini comuni saranno le vittime ultime e reali».