23 luglio 2019
Aggiornato 04:30
Governo al capolinea

Ucraina, inizia la «guerra politica» degli oligarchi

Le dimissioni del premier Arseni Yatseniuk hanno decretato la fine del governo di coalizione in carica dalla fine di febbraio, sostenuto in parlamento da tre frazioni: Patria, il partito che fa capo a Yulia Tymoshenko e di cui il primo ministro è entrato a far parte due anni fa insieme con il suo Fronte del cambiamento, Udar di Vitaly Klitschko e i nazionalisti di Svoboda guidati da Oleg Tiahnybok

KIEV - Le dimissioni del premier Arseni Yatseniuk hanno decretato la fine del governo di coalizione in carica dalla fine di febbraio, sostenuto in parlamento da tre frazioni: Patria, il partito che fa capo a Yulia Tymoshenko e di cui il primo ministro è entrato a far parte due anni fa insieme con il suo Fronte del cambiamento, Udar di Vitaly Klitschko e i nazionalisti di Svoboda guidati da Oleg Tiahnybok.

Le redini del governo sono state affidate ora ad interim a Vladimir Groisman, ex ministro dello sviluppo regionale e fedelissimo del presidente Petro Poroshenko, in attesa di vedere se nella seduta straordinaria della Rada che si terrà giovedì ci sarà spazio per ricomporre il puzzle, dato che tecnicamente la fine del governo non è stata messa agli atti.

Se i margini per il rientro al comando di Yatseniuk sono molto ristretti, la crisi a Kiev, che non ha nulla a che spartire con quella militare nel Donbass e quella internazionale che coinvolge la Russia e l'Occidente, ufficializza l'inizio della nuova guerra politica per il controllo dell'Ucraina alla quale partecipano i soliti noti, sotto vecchie e nuove spoglie. Dopo la cacciata di Victor Yanukovich e il declino della Famiglia, gli schieramenti oligarchici si sono leggermente modificati, ma in sostanza le linee corrono lungo gli stessi percorsi antecedenti alla rivoluzione di Maidan, con blocchi in ascesa e altri in declino.

La caduta di Yatseniuk non è l'altro che l'esito dei prodromi di una battaglia che è appena iniziata e i cui attori principali sono due oligarchi: Petro Poroshenko, diventato presidente a furore di popolo alla fine di maggio, e Igor Kolomoisky, nominato a marzo governatore della regione di Dnipropetrovsk dall'allora capo di stato ad interim, Olexandr Turchynov, delfino della Tymoshenko. Accanto a loro due e alle loro variegate squadre tentano rientrare in gioco o di rimanere a galla proprio l'eroina della rivoluzione e l'ormai ex padre padrone del Donbass Rinat Akhmetov.

Non è stata certo una sorpresa che l'eterogenea coalizione sia andata a pezzi dopo poco più di quattro mesi. Se lo stesso Yatseniuk aveva dichiarato nel giorno del suo insediamento come si trattasse di un "governo kamikaze", il fatto che la situazione sia precipitata in un momento molto delicato della crisi, indica però come le forze e gli interessi in campo che hanno mandato a rotoli anzitempo le intese siglate sul sangue di Maidan siano più forti della necessità di fare fronte comune.

Il duello degli oligarchi è cominciato, adesso si tratta di vedere come proseguirà l'operazione militare nel Donbass, il cui esito potrebbe pesare in positivo o in negativo sul risultato dei partiti alle elezioni, e proprio quale sarà l'esito delle elezioni anticipate la cui data sarà fissata entro il 24 agosto se alla Rada non verrà trovata nel frattempo un'altra maggioranza.

Gli schieramenti sono in ogni caso già chiari: da una parte c'è Poroshenko, il cui partito Solidarietà è dato favorito nella tornata elettorale e che potrebbe beneficiare di un ulteriore bonus se entro l'autunno le acque nel sudest si saranno placate. L'alleanza con Udar sarà in ogni caso importante per ingrossare la frazione parlamentare alla Rada, nella quale potranno entrare nuovi, vecchi attori. Il capo dello stato ha anche l'appoggio del blocco oligarchico costituito da Dmitri Firtash e Sergei Levochkin, ex capo dell'amministrazione presidenziale ai tempi di Yanukovich.

Dall'altro lato Kolomoisky, che già controlla direttamente l'oblast di Dnipropetrovsk e più indirettamente quello limitrofi, a partire da quello di Odessa dove come governatore è arrivato il suo alleato Igor Palitsa, può contare sul sostegno della destra ultranazionalista antirussa, da quella di Tiahnybok a quella in grande ascesa di Oleg Liashko.

Yatseniuk, e per ora Tymoshenko, sono stati schiacciati dai due blocchi e sarà complicato per i due ex premier risorgere, a maggior ragione se affronteranno le urne separati. Compito ancora più difficile per Rinat Akhmetov, che pare destinato a giocare un ruolo molto marginale rispetto a Poroshenko-Kolomoisky nella futura Ucraina. Per l'oligarca una volta più potente del Paese e secondo Forbes ancora il più ricco in assoluto qualcuno profila addirittura una fine come quella di Boris Berezovsky, il nemico numero uno in Russia di Vladimir Putin, costretto all'esilio dorato a Londra.

Akhmetov, a cui è stata fatale sia prima l'alleanza con Yanukovich che poi il posizionamento anti-Kiev, rischia insomma di stare alla finestra e guadare dal Tamigi, dove possiede una lussuosa residenza, come sta finendo il suo impero nel Donbass.