14 dicembre 2019
Aggiornato 01:00

Violenze a Belgrado contro l'estradizione: 100 arresti

Momenti di alta tensione, ma la polizia ristabilisce presto la calma

BELGRADO - Dieci manifestanti e 26 poliziotti feriti, e un centinaio di persone arrestate, inclusi 37 minorenni. Cinque le vetture della polizia danneggiate e sei edifici. E' questo il bilancio delle proteste di ieri sera a Belgrado, scoppi ma polizia ate a margine della manifestazione degli ultranazionalisti contro l'arresto, il 26 maggio, dell'ex generale serbo bosniaco, Ratko Mladic. Nonostante momenti di alta tensione, si è trattato comunque di episodi violenti più contenuti rispetto a tre anni fa, quando un giovane manifestante perse la vita a seguito delle ferite riportate durante le proteste contro l'arresto dell'atro sospetto genocida, Radovan Karadzic. Stavolta, la polizia è riuscita a riprendere il pieno controllo del centro di Belgrado circa un'ora dopo l'inizio degli attacchi da parte di qualche centinaia di giovani hooligans, armati di sassi divelti dal manto stradale, bastoni, petardi, fumogeni ed ogni sorta di elemento dell'arredo urbano capitasse loro a portata di mano.

Precedentemente, poco dopo le 19:00 - in una Belgrado blindata dalla polizia in assetto antisommossa - diverse migliaia di persone, arrivate in pullman da tutta la Serbia, avevano risposto all'invito del Partito radicale serbo (Srs), a riunirsi pacificamente di fronte il Parlamento, per protestare contro «il tradimento» nei confronti di Mladic. Il volto dell'ex generale, insieme a quello di Karadzic e di Seselj - presidente dei radicali, sotto processo all'Aia - dominava i vessilli sbanderiati dai militanti nazionalisti, intenti a dare voce all'altra Serbia «che non svende i propri eroi al tribunale dell'Aia», come dichiarato più volte durante il comizio. Presenti anche il figlio di Mladic, Ratko e quello, appena dodicenne, di Seselj. «Tadic salva la Serbia, ucciditi» uno dei cori privilegiati tra i sostenitori di Mladic che vedono nel presidente della Repubblica serbo, il filoeuropeista convinto, Boris Tadic, uno dei principali colpevoli per questa «deriva a occidente» del Paese.

«Non ho nulla a che vedere con il massacro di Srebrenica» avrebbe detto l'ex generale secondo quanto riferito dal figlio Darko, dopo averlo visitato stamane. Anche in serata, dal palco della manifestazione il figlio Darko ha ribadito la presunta innocenza del padre. Della quale sono certi i nazionalisti di estrema destra in Serbia, che perdono di giorno in giorno seguacie e popolarità.