31 maggio 2020
Aggiornato 08:30
Fisco

Decreto «Cura Italia», ingiustificata disparità tra contribuenti e Fisco

E' quanto sostengono gli avvocati Francesco Giuliani e Giulio Chiarizia dello Studio Legale Tributario Fantozzi & Associati, che fanno il punto sulle criticità con Askanews

Sede dell'Agenzia delle Entrate
Sede dell'Agenzia delle Entrate ANSA

ROMA (ASKANEWS) - Il decreto Cura Italia presenta dubbi di costituzionalità per quanto riguarda le misure contenute nel pacchetto fiscale a causa di «una visione eccessivamente sbilanciata del rapporto tra fisco e contribuente, su cui riteniamo si debba intervenire». E' quanto sostengono gli avvocati Francesco Giuliani e Giulio Chiarizia dello Studio Legale Tributario Fantozzi & Associati, che fanno il punto sulle criticità con Askanews.

Oggi scadono i termini per la presentazione degli emendamenti al decreto cura Italia, quali sono le criticità del pacchetto fiscale, su cui è necessario intervenire? «Le misure introdotte, pur presentando alcuni spunti positivi, tra cui spicca la possibilità di trasformare in crediti d'imposta le attività per imposte anticipate riferite a perdite fiscali ed eccedenze ACE (cosiddette DTA), contengono tuttavia molteplici profili critici, nonché taluni dubbi di costituzionalità», affermano gli avvocati.

La sostanza è che, proseguono, questi profili di inconstituzionalità «derivano da una visione eccessivamente sbilanciata del rapporto tra fisco e contribuente. Ci riferiamo in particolare alla asimmetrica sospensione dei termini procedurali tra enti impositori e contribuenti (artt. 67 e 83 del decreto) nonché alla sproporzione tra la proroga di due anni dei termini di decadenza per gli accertamenti tributari a fronte di una sospensione delle attività di accertamento e riscossione di poco più di due mesi (art. 68)».

In un'intervista sul Corsera, il direttore dell'agenzia delle entrate, Ruffini, ha sostenuto che i due anni in più concessi all'Agenzia per fare gli accertamenti impediscono all'agenzia di bussare alla porta di un contribuente subito dopo l'emergenza ed è dunque una norma a favore di quest'ultimo. E' proprio così? «In ottica costituzionale, c'è da chiedersi se tale diversità di trattamento sia rispettosa del principio di proporzionalità, quale parametro di costituzionalità delle leggi dello Stato, che permette di verificare se i mezzi scelti dal legislatore per perseguire determinati obiettivi di utilità generale siano adeguatamente ponderati con riguardo alle esigenze degli interessi contrapposti. In tale prospettiva - proseguono - nella fattispecie non sembra essere rispettato il principio di proporzionalità. Ciò in quanto disporre una proroga dei termini di prescrizione e decadenza per due anni a fronte della sospensione della attività dell'amministrazione finanziaria per 85 giorni sembra andare ben oltre quanto necessario per tutelare l'effettività dell'azione di accertamento e riscossione dell'amministrazione a fronte della limitata sospensione delle relative attività».

Per rispettare il requisito della necessità insito nel «test di proporzionalità», infatti, la proroga, ricordano gli avvocati, «deve essere ragionevolmente parametrata alla durata della sospensione delle correlate attività dell'amministrazione, senza eccederne in modo abnorme nella durata».

La «prospettiva avanzata dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, secondo cui la proroga dei termini di accertamento e prescrizione sarebbe nell'interesse dei contribuenti, non è condivisibile in quanto tende a capovolgere gli interessi in questione. Non è configurabile, infatti, un interesse del contribuente ad allungare (oltre il necessario) i termini di accertamento, sia per il principio della certezza dei rapporti giuridici, sia in quanto il concreto esercizio del diritto di difesa tende a diventare maggiormente difficoltoso con il passare degli anni (basti pensare alle maggiori difficoltà a reperire prove relative ad anni lontani). In ogni caso, nel valutare la proporzionalità della proroga, si devono considerare altresì le esigenze dell'interesse alla tempestiva ed efficiente riscossione dei tributi, quale corollario del principio di buon andamento della pubblica amministrazione e della capacità contributiva. Una proroga eccessiva, infatti, si ripercuote negativamente sulla celerità e, quindi, sull'efficienza e sulla efficacia dell'azione dell'amministrazione finanziaria, con effetti potenzialmente controproducenti sulla concreta efficacia dell'attuazione del rapporto tributario, anche in termini di gettito. Anche per tale motivo, dunque, la proroga dei correlati termini di prescrizione e decadenza deve essere ragionevolmente parametrata alla durata della sospensione delle attività dell'amministrazione finanziaria».

Per quanto riguarda poi la disparità della durata della sospensione dei termini processuali tra contribuenti (dal 9 marzo al 15 aprile) e enti impositori/ agente della riscossione (dall'8 marzo al 31 maggio), «il decreto prevede una asimmetria nella durata della sospensione dei termini procedurali ben più breve per i contribuenti e più lunga per enti impositori e agente della riscossione». La descritta asimmetrica sospensione dei termini procedurali comporta, fanno notare gli avvocati, «quale principale e più eclatante effetto, che le sentenze delle Commissione tributarie passano in giudicato nei confronti dei contribuenti prima rispetto agli enti impositori e all'agente della riscossione».

Ciò genera una «ingiustificata e irragionevole disparità di trattamento delle parti del processo tributario, ponendo l'amministrazione finanziaria in una posizione di ingiustificato privilegio, incompatibile con i principi del giusto processo e, segnatamente, con il principio della «parità delle parti» espressamente sancito dal comma 2 dell'art. 111 Cost. Principio, quest'ultimo, giova sottolineare, che, applicandosi a «ogni processo», rileva anche con riguardo al processo tributario, così come il corrispondente principio desumibile dall'art. 47 della Carta di Nizza, che trova applicazione in relazione ai tributi armonizzati quali l'Iva, le accise e i dazi doganali. L'asimmetria in questione, dunque, è contraria non solo ai principi costituzionali, ma anche al diritto dell'Unione Europea», rilevano.

Al momento per il governo sarebbe esclusa una riforma dell'Irpef perché manifesterebbe i suoi effetti per il 2021 e l'emergenza Coronavirus impone misure immediatamente impattanti. «Sosteniamo da anni la necessità di una riforma tributaria globale, quindi non solo limitata all'Irpef, ma che coinvolga tutto il sistema fiscale, a partire dalla giustizia tributaria, che versa in condizioni pietose da decenni, per continuare con il codice tributario unico e con gli altri settori della materia. Il punto essenziale - tengono a sottolineare i due avvocati - è comunque che la riforma sia fondata sul totale ripensamento del rapporto fisco-contribuente. È evidente che non è certo questo il momento di riformare alcunché. Occorre quindi gestire l'emergenza, il che non potrà che avvenire a livello sia nazionale, sia europeo superando, vista l'eccezionalità della situazione, la fobia dell'uso del bilancio pubblico a debito (come ha ricordato con tutto il peso della sua autorevolezza dalle colonne del Financial Times di ieri Mario Draghi) con strumenti che sino ad oggi venivano visti come eresie dai cd. falchi del nord. Una volta che si sarà salvata l'economia italiana ed europea, allora si potrà mettere mano alla riforma, sperando che la crisi in atto diventi una opportunità di rinascita in ogni ambito, dal fisco allo smartworking, dalla digitalizzazione dell'istruzione a quella della sanità, dalla ricerca scientifica alla logistica, alla sicurezza sul lavoro».

Confindustria chiede al governo «un passo in più», e cioè che si sospendano «immediatamente per tutte le imprese, a prescindere dalle soglie di fatturato, i versamenti fiscali e contributivi di prossima scadenza». E' fattibile o si rischia il crollo dello Stato? «È chiaro che la macchina statale si alimenta con le entrate, e che quindi la sospensione immediata e incondizionata del pagamento delle imposte avrebbe effetti devastanti per lo Stato, e cioè per tutti noi. È del resto indispensabile che si tenga conto delle oggettive enormi difficoltà che tutti - persone fisiche e persone giuridiche - attraversano e attraverseranno. Ignorare questo aspetto, come spiega Mario Draghi, rischia di condurre a una crisi economica così profonda che svuoterebbe completamente il bacino di contribuenti a cui attingere, creando un danno maggiore di quello prodotto dall'indebitamento. Confindustria si riferisce alla sospensione dei versamenti fiscali e contributivi di prossima scadenza, al fine di evitare che la crisi di liquidità delle imprese diventi irreversibile. E propone, e sul punto concordiamo pienamente, una revisione delle modalità di versamento rateale di imposte e contributi, con disapplicazione di sanzioni, in modo da alleggerire il carico finanziario e diluirlo nel tempo. Io aggiungo che forse, vista la situazione, sarebbe il caso di mettere mano con urgenza e a tutti i livelli al sistema degli «acconti» di imposta, già ordinariamente fastidiosi in quanto impongono di pagare prima che la capacità contributiva si sia del tutto manifestata, ma assolutamente intollerabili quando si sa quasi per certo che questa capacità contributiva con grande probabilità non si manifesterà. Tutto ciò deve naturalmente passare attraverso un'analisi puntuale delle conseguenze che le disposizioni che saranno emanate avranno sul bilancio dello Stato. Ma siamo convinti che l'Agenzia e il MEF abbiano risorse e strumenti adeguati a consentire l'emanazione di norme che garantiscano l'equilibrio fra gli interessi in gioco. Che poi, a ben vedere, in definitiva dovrebbero coincidono: se infatti si lascia morire l'economia reale diminuiranno le imprese in grado di produrre, assumere e pagare le imposte e dunque diminuirà il gettito».

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