18 dicembre 2018
Aggiornato 12:05

Tria tenta di vendere il nostro debito pubblico alla Cina per salvarci dalla tempesta finanziaria

Si avvicinano i giorni della grande speculazione. Obiettivo: la caduta del governo. I cinesi compreranno i nostri Btp?

Il ministro dell'Economia Giovanni Tria incontra a Pechino il ministro delle Finanze cinese Liu Kun
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria incontra a Pechino il ministro delle Finanze cinese Liu Kun (ANSA)

PECHINO - Il ministro Giovanni Tria nell'esecutivo grillo-leghista rappresenta certamente un'anomalia. Le sue idee cozzano su molti punti con i due capi politici, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il ministro Giovanni Tria non vede di buon occhio lo scontro sulle politiche migratorie, le tensioni con l'Europa, soprattutto sul fronte finanziario, non crede si debba andare allo scontro con i mercati. Men che meno parteggia per una fuoriuscita dall'euro. E' un tecnico liberale classico, imposto probabilmente dal presidente Mattarella in vece del ben più conflittuale Paolo Savona. Ma, evidentemente, sa essere un uomo di squadra, che al di là delle proprie convinzioni riconosce e legittima l'impostazione ideologica del governo, quantomeno sul piano dei conti interni.

Vendere uno Stato a uno Stato
Al di là dI quanto dichiarato pochi giorni fa -«Non sono qui per vendere i titoli del tesoro italiani ai cinesi» - il suo viaggio nell'impero capitalista comunista ha come scopo quello di trovare investitori privati e pubblici per l'Italia. Ma questo ovviamente può voler dire molte cose: e, la prima, è che proprio la sua «excusatio non petita» mette in evidenza che il governo sta cercando nuovi acquirenti per i nostri Btp. Strana capriola della storia: lo Stato italiano, in nome del neoliberismo, del libero mercato, e della piena competitività tra Stati – manco fossero imprese private – non può vendere il proprio debito al settore bancario pubblico: anche perché non esiste, abolito nel glorioso tempo delle privatizzazioni. Lo vorrebbe invece vendere al settore bancario cinese, fintamente privato, totalmente statale e controllato, udite udite, da un partito comunista. Il mondo è strano, quello della finanza di più. Lo Stato Italiano vende se stesso, a prezzo stracciato, a un altro Stato: cinese, statalista, comunista.

Facciamo l'America
Non è una novità se si pensa che una piccola ma strategica parte del debito pubblico Usa è già stretto saldamente tra le mani dei banchieri, di Stato, cinesi. E che se questi volessero, ma non vogliono perché non hanno intenzione di ridurre il mondo in cenere nucleare, potrebbero in un giorno mettere in difficoltà lo Stato americano. Quanto debito pubblico Usa è posseduto dalla Cina? Circa il 5%, in netta diminuzione rispetto al 2007, ovvero mille miliardi di dollari. Prima della grande bolla, la Cina giunse a 8000 miliardi di dollari: su 20 mila circa. La quota è scesa, anche perché il mercato è stato ancora più inondato di titoli durante la presidenza Obama, acquistato dal settore bancario Usa, ma il 5% in mano ai cinesi rappresenta in ogni caso una minaccia. Ma questa è una storia molto più grande e impegnativa: torniamo al viaggio del riluttante ministro Tria.

Equilibrio stabile
Un equilibrio fondato sul terrore: gli Usa delocalizzano la produzione in Cina e comprano i beni laggiù prodotti grazie al debito pubblico, e privato (Usa), che la Cina acquista. I dazi di Trump, ovviamente, minano questo equilibrio. I buoni decennali Usa danno circa il 2,9% annuo, non lontano quindi dal Btp italiano, di cui si urla istericamente l'insolvibilità quando supera il 3%. Certo gli Usa hanno ben altro peso nel mondo, anche detengono il primo arsenale nucleare del globo, e quindi sono decisamente più solvibili. Il ministro Tria quindi va in Cina per vendere il nostro debito pubblico, esattamente come fanno gli Usa. Perché accade questo? Perché esiste una fuga di capitali in corso, circa settanta miliardi di euro in tre mesi – sia come investimenti pubblici che privati – perché il Quantitative Easing della Bce volge al termine, perché la prossima manovra di novembre si prospetta in deficit, perché ci sono da pagare la spesa corrente attraverso il reddito di cittadinanza, giusta, e la tassazione semi progressiva, infelicemente definita «piatta».

Una lunga tempesta perfetta
Si prospetta quindi una lunga tempesta perfetta sul fronte finanziario: spread a 400, editoriali derisori delle massime testate finanziarie mondiali, giudizi sprezzanti delle agenzie di rating. Un assedio completo. La risposta asimmetrica che il governo potrebbe avere, come peraltro preannunciato dal ministro Salvini, è la piazza. Ma si tratta una passo senza ritorno, che forse non tutti nel governo riuscirebbero a sostenere. Un passo che, evidentemente, ha un prezzo che gli italiani non sono ancora disposti a pagare. L'adesione al governo grillo-leghista è ormai dilagante, ma la piazza in chiave anti-finanziaria è impossibile. Meglio quindi un passo "finanziariamente scorretto", meglio mandare in giro per il mondo il ministro Tria, spedirlo in Cina come un novello Marco Polo, in uno dei pochi Paesi del mondo che vanta, con la Germania, ma è improbabile che la Merkel voglia investirlo nel debito pubblico degli odiati italiani di Salvini e Di Maio, un enorme surplus di bilancio. Ovviamente, dato che hanno portato a valore fondante il lavoro combattente.

Vendere ai cinesi i Btp? Ni
Che possibilità ha l'Italia di vendere il suo debito pubblico ai cinesi? In linea teorica molte: la Cina è un Paese che dispone di riserve valutarie infinite grazie all'enorme surplus commerciale. Ma il suo acquisto di debito pubblico vario ed eventuale in giro per il mondo risponde a logiche geostrategiche e non finanziarie. La Cina di fatto si ingozza di debito pubblico Usa per tenerli buoni, e per farci affari: non certo per qualche punto di interesse. Comprare i Btp italiani potrebbe quindi compiacere il presidente Trump, che molto ha investito sul potere destabilizzatore in Europa del governo italiano. Ma in Europa tale scelta cinese sarebbe mal accolta, vista come un'interferenza nelle politiche di bilancio fondate sull'austerità che già si compiacciono dei prossimi colpi di artiglieria sparati dalla speculazione finanziaria.