26 settembre 2018
Aggiornato 03:30

Il lungo fronte del no al decreto dignità: perché non piace a Confcommercio & co.

Una "grave marcia indietro" sui contratti a termine che introduce "forme di inutile e dannosa rigidità": le organizzazioni contro Di Maio
Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio
Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

ROMA - In attesa dell'annunciata riduzione del costo del lavoro, "tutta da verificare", il Governo decide di fare una "grave marcia indietro sui contratti a termine introducendo, di fatto, forme di inutile e dannosa rigidità». Confcommercio-Imprese per l'Italia commenta così in un comunicato le norme contenute nel Dl dignità approvato dal Consiglio dei Ministri. "Se l'obiettivo era quello di favorire la creazione di nuova occupazione, si va invece nella direzione opposta - prosegue Confcommercio - con l'aggravante di creare un periodo di incertezza e un ritorno del contenzioso. Le imprese del terziario e del turismo, le uniche che hanno creato nuova occupazione, anche durante le crisi, avranno dunque un freno allo sviluppo e agli investimenti". Bene l'annunciato stralcio delle norme sullo staff leasing, che non avrebbe favorito assunzioni a tempo indeterminato e avrebbe penalizzato le imprese diminuendo le occasioni di lavoro stabile, "ma alcune norme sul contratto a termine e altre in materia fiscale necessitano di correttivi» continua Confcommercio, che spiega come "la reintroduzione delle causali, l'aumento incrementale del contributo per le imprese e l'applicazione ai contratti in essere rappresentano una fortissima penalizzazione per le aziende del terziario e del turismo che da sempre utilizzano questo contratto per far fronte alle variabili esigenze di mercato. Questo, di fatto, prospetta un pericoloso ritorno ad un periodo di incertezza, ad un incremento del contenzioso e ad una potenziale ricaduta negativa sull'occupazione".

Semplificazione ancora lontanissima
In materia fiscale, Confcommercio accoglie con favore il rinvio al primo gennaio 2019 dell'obbligo della fatturazione elettronica per i distributori di carburante. Ma il pacchetto di misure contenute nel decreto - abolizione dello split payment per i soli professionisti, invio dello spesometro 2018 non più semestrale ma annuale - pur andando nella direzione di semplificare gli adempimenti a carico delle imprese e dei lavoratori autonomi, "è ben poca cosa rispetto al massiccio e necessario processo di semplificazione perchè ancora oggi, tra adempimenti amministrativi inutili e complessi, l'eccesso di burocrazia costa alle micro e piccole imprese italiane 33 miliardi di euro all'anno». L'organizzazione auspica quindi che il governo "attui le opportune modifiche a questo provvedimento che penalizza le imprese del terziario di mercato che hanno già pagato caro il prezzo di una crisi senza precedenti e che chiedono misure per favorire gli investimenti e creare di posti di lavoro".

Confesercenti: una batosta
Molto simile la posizione di Confesercenti, che rileva "con profonda insoddisfazione" l'inserimento nel decreto dignità di pesanti interventi sui contratti a termine. "Se da una parte riteniamo condivisibile cercare di stabilizzare l'occupazione e dare le giuste garanzie ai lavoratori, dall'altra non possiamo accettare la penalizzazione delle imprese, che garantiscono il lavoro in primo luogo" dice. Il contratto a tempo determinato costa già più di quello a tempo indeterminato - sottolinea la Confederazione - con un contributo addizionale a carico del datore di lavoro pari all'1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali. Un ulteriore aumento degli oneri, il D.L. prevede lo 0,5% in più dal secondo rinnovo, si trasformerebbe secondo Conesercenti in un aggravio stimabile in oltre 100 milioni di euro l'anno, di cui più della metà verrà sborsato già quest'anno, visto che scadranno il 55% dei contratti. "Che le nuove norme siano una batosta per i bilanci delle imprese, d'altro canto, lo conferma indirettamente il fatto che non si prevede la loro applicazione nella Pubblica Amministrazione, per chiari motivi di sostenibilità" accusa l'ente.

Il nodo è il lavoro a termine
In una fase economica come quella attuale - prosegue Confesercenti - caratterizzata da una grande incertezza e da un forte turn over fra le imprese, la cui esistenza in vita media è ormai di tre anni, il lavoro a termine è "per ovvi motivi" la forma contrattuale più utilizzata dalle PMI, il 90% delle quali occupa meno di 10 dipendenti. I contratti a tempo determinato sono "indispensabili" in particolare per le attività del turismo, settore ad elevata stagionalità. La contrattazione privata ha da sempre trovato regole condivise tra imprese e lavoratori e nelle attività stagionali la riconferma delle assunzioni è "una prassi consolidata" assicura Confesercenti, che ora - a causa degli aumenti incrementali - rischia di venire meno. "Assolutamente controproducente anche il passo indietro sulle causali, che rende più rischiose le assunzioni, crea un clima di incertezza e porterà ad un inevitabile aumento dei contenziosi». Più che fissare per decreto regole che vanno contro le esigenze delle imprese e degli stessi lavoratori - conclude - sarebbe stato più utile un confronto con il Ministro ed i rappresentanti delle imprese per agire contro il dumping contrattuale che, molto più dei contratti a tempo determinato, penalizza lavoratori e imprese oneste. Auspichiamo che possa avvenire a breve.

L'allarme di Assolavoro
Anche Assolavoro nei giorni scorsi non aveva risparmiato un durissimo attacco al ministro Di Maio: "Contrariamente a quanto annunciato dal ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro nei giorni scorsi, il testo del cosiddetto decreto dignità conterrebbe interventi sulla somministrazione di lavoro tali da suscitare profonde preoccupazioni per il futuro di un istituto che garantisce la giusta retribuzione, quella prevista dai Ccnl, e tutte le tutele del lavoro dipendente. Se le indiscrezioni fossero confermate si determinerebbe una forte riduzione occupazionale per i lavoratori in somministrazione unitamente a una riduzione della durata dei rapporti di lavoro, visto il nuovo regime delle proroghe che si ipotizza». Ne deriverebbero - aggiunge - riflessi anche per i dipendenti diretti delle Agenzie per il lavoro: oltre 10mila persone, occupate stabilmente nei 2.500 sportelli diffusi sull'intero territorio. Assolavoro ribadisce "con forza l'urgenza di un confronto così da evitare interventi disastrosi per l'occupazione di qualità, che potrebbero determinare, tra l'altro, una recrudescenza del lavoro irregolare e sottopagato, già troppo diffuso nel nostro Paese". 

Italia sotto la media Ue
L'incidenza del lavoro in somministrazione nel nostro Paese è intorno all'1,5%, ancora sotto la media europea (1,9%) e distante, per esempio, dalla Germania (2,4%) per cui risulta ulteriormente ostico comprendere le ragioni di un intervento che risulterebbe punitivo per lavoro tutelato, imprese italiane, competitività del Paese. La differenza rispetto al lavoro a termine è netta ed è nettamente sancita nella normativa europea prima che nazionale. Su tutto - sottolinea ancora l'associazione - sta una questione di metodo: intervenire su un determinato settore senza un confronto a monte con chi lo rappresenta è una modalità che non porta mai a nulla di buono".