14 ottobre 2019
Aggiornato 07:30
La rivelazione della Corte dei conti

Come Monti e Morgan Stanley hanno causato danni allo Stato per 4,1 miliardi

Non sono bastati la legge Fornero (con annesse lacrime da coccodrillo), l'austerità, i tagli. Secondo la Corte dei Conti, il governo Monti (con la complicità di Morgan Stanley) è costato all'Italia la bellezza di 4,1 miliardi di euro

L'ex premier Mario Monti e il logo di Morgan Stanley
L'ex premier Mario Monti e il logo di Morgan Stanley ANSA

ROMA – Non sono bastati la legge Fornero (con annesse lacrime da coccodrillo), l'austerità, i tagli. Secondo la Corte dei Conti, il governo Monti è costato all'Italia la bellezza di 4,1 miliardi di euro. Sì, avete capito bene: colui che ci è stato presentato come il «salvatore della patria» dal «mostro» dello spread, 6 anni dopo, è stato ufficialmente riconosciuto un danno per il Paese. Stiamo parlando, in particolare, della vicenda che, tra il 2011 e il 2012, ha portato il Belpaese a versare nelle casse di Morgan Stanley, 3,1 miliardi di euro pubblici per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture sulle valute. Proprio la Corte dei Conti ha contestato ai presunti colpevoli un danno allo Stato di 4,1 miliardi, e il mese scorso ha spedito la Guardia di finanza al Ministero dell'Economia a raccogliere altre prove.

Le responsabilità di Morgan Stanley
Per la Corte dei conti, la banca d'affari sarebbe responsabile del 70% dei danni causati, mentre il restante 30% se lo suddividono Maria Cannata, direttore del dipartimento del debito pubblico del Tesoro con un ruolo preponderante (un miliardo di euro), il suo predecessore Vincenzo La Via e gli ex direttori del Tesoro, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli. Nonostante tutto ciò, cinque anni dopo, Morgan Stanley resta nell'elenco degli attori che, con il Tesoro, gestiscono il debito pubblico, e Maria Cannata ha conservato la sua poltrona, su cui siede dal 2000. Il tutto, nonostante per la Corte dei conti i contratti che ha fatto sottoscrivere al Tesoro sarebbero «speculativi», perché lasciavano non allo Stato, ma alle banche, la scelta di attivarli. Cosa che avveniva, naturalmente, solo se quei contratti erano vantaggiosi per gli istituti: per una commissione di 47 milioni nel 2004, Morgan Stanley nel 2012 ha incassato un miliardo su un solo derivato.

Un ruolo di cui si è approfittata
L'accusa diretta a Morgan Stanley è dunque quella essersi approfittata del suo ruolo di specialista, per il quale la legge prevede degli obblighi. Obblighi, secondo le ricostruzioni, disattese dalla banca d'affari. Gli specialisti devono infatti contribuire alla gestione del debito pubblico, alle scelte di emissione «anche mediante attività di consulenza e ricerca» (Dm 13 maggio 1999, n.219). Ciò significa che Morgan Stanley avrebbe dovuto aiutare il Tesoro a gestire il debito nel tempo, industriandosi per ridurlo.

Derivati
Così non è stato. Nel 2011 la banca aveva 19 contratti derivati aperti con lo Stato italiano, in diverse valute pari a oltre 10 miliardi di euro, 2,2 miliardi di sterline, 1,1 miliardi di franchi svizzeri e 2 miliardi di dollari, con durate dai 10 ai 40 anni. Nel 1994, con Draghi al Tesoro, Morgan Stanley aveva ottenuto una clausola che prevedeva la possibilità di uscire dai contratti derivati, qualora il valore della sua esposizione creditizia nei confronti dello Stato avesse superato una soglia che variava dai 50 ai 150 milioni, a seconda del rating italiano. Ebbene, 17 anni dopo la banca d'affari ha deciso di azionare la clausola, nonostante ricoprisse un ruolo di «gestore del debito» di lungo periodo: proprio per questo la Corte dei conti l'accusa di «palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell'esecuzione contrattuale». La banca d'affari si è difesa citando il repentino aumento dello spread, che portò alla caduta di Berlusconi e all'arrivo di Monti. Eppure, qualcosa non torna: perché la clausola di risoluzione non era legata allo spread, ma all'esposizione della banca, la cui soglia era stata già superata da almeno dieci anni.

Negligenza
Quanto ai dirigenti del Tesoro, le loro responsabilità riguarderebbero in particolar modo «la negligenza». «Personalmente - dichiara a verbale Cannata - non avevo conoscenza di tale clausola sino al momento in cui non abbiamo dovuto assorbire il pacchetto dei contratti ex Ispa». Affermazioni che tuttavia contrastano con il fatto che la dirigente avesse firmato tutti i contratti e, in conflitto di interesse, anche i relativi decreti di approvazione. E ha continuato a firmarli anche dopo, aumentando il rischio per i contribuenti. Oltretutto, il Tesoro non ha predisposto neppure le garanzie collaterali che per contratto avrebbero potuto neutralizzare la chiusura dei derivati. Dall'inchiesta, tuttavia, è emerso che il Tesoro non poteva predisporre i collaterali, e aveva perfino «carenza di risorse strumentali e di personale adeguato», tanto da non essere in grado di ponderare il rischio dei contratti che andava sottoscrivendo. Nel 2008, addirittura, il Tesoro si è accollato un derivato Ispa, peggiorando di fatto le condizioni contrattuali a proprio danno, e ha accettato che Morgan Stanley derivative products fosse sostituita da un'altra controparte, Morgan Stanley & Co International, che nel 2008 è stata declassata due volte sotto il livello minimo di eleggibilità. Una vera e propria deferenza alla banca d'affari da parte del Tesoro, che ha accettato di dividere in due parti la chiusura dei derivati, con un aggravio di oltre 500 milioni.