15 dicembre 2019
Aggiornato 01:30
Recessione

Istat, 194mila imprese italiane perse a causa della crisi

Dal 2011 al 2014 hanno chiuso oltre 194mila imprese italiane quasi 800mila addetti hanno perso il lavoro. Il settore più colpito è quello dell'edilizia. Ora si guarda a una maggiore internazionalizzazione

ROMA - La crisi economica ha messo ko il sistema produttivo italiano. In quattro anni, tra il 2011 e il 2014, hanno chiuso oltre 194mila imprese (-4,6%) e quasi 800mila addetti (-5%) hanno perso il lavoro. È la fotografia scattata dall'Istat nel rapporto sulla competitività dei settori produttivi.

Il settore più colpito è quello dell'edilizia
A risentire maggiormente della crisi è stato il settore delle costruzioni con una riduzione del 10% delle imprese, del 20% degli addetti e del 30% di valore aggiunto. Più contenute le perdite nella manifattura (-7,2% di imprese, -6,8% di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7% e -3,3%). In controtendenza invece i servizi alla persona, unico comparto ad aver aumentato unità produttive (+5,3%) e addetti (+5%). Durante la recessione del 2011-2014, una impresa su due ha ridotto il valore aggiunto in tutti i settori manifatturieri e in quasi tutto il terziario.

L'indicatore sintetico di sostenibilità economico-finanziaria
Ad essere più colpite dalla crisi sono state le imprese che hanno venduto solo sul mercato interno. Le analisi presentate nel Rapporto forniscono risposte che sembrano indicare come i processi di selezione siano stati intensi e abbiano prodotto un significativo cambiamento nei bilanci aziendali. L'elaborazione, per ciascuna società di capitale, di un indicatore sintetico di sostenibilità economico-finanziaria rivela come, nel 2014, il 47% del valore aggiunto complessivo del sistema produttivo provenisse da imprese «fragili» (ovvero con redditività sostenibile ma con problemi di solidità e/o liquidità).

Le imprese "in salute" e quelle "fragili"
Il 32% da imprese «in salute» (con redditività, solidità e liquidità sostenibili), il 21 per cento da imprese «a rischio» (con problemi di redditività, solidità e liquidità). La fascia «in salute» ha aumentato in misura significativa il proprio peso in termini di addetti e valore aggiunto, quelle «fragili» e «a rischio» l'hanno diminuito. Dopo la crisi, la quota di imprese «in salute» ha raggiunto livelli comparativamente elevati, superiori a quelli precedenti il 2008.

Verso una maggiore internazionalizzazione
Nel periodo 2011-2014, tra le unità internazionalizzate sopravvissute alla crisi si osserva uno spostamento netto verso forme più complesse di attività oltre confine. Una tassonomia delle modalità di internazionalizzazione mostra che solo chi vende su scala mondiale (le imprese "Global") ha aumentato occupazione e valore aggiunto; le «Solo esportatrici» e le «Two-way traders» (esportatrici-importatrici) hanno registrato riduzioni in entrambe le dimensioni. Circa il 76 per cento delle oltre 211mila unità produttive internazionalizzate ha mantenuto invariate le proprie modalità di internazionalizzazione; il 12,8 per cento (poco più di 27mila imprese) è transitato verso tipologie più evolute, mentre l'11,1 per cento (circa 23.600 unità) si è spostato verso forme meno complesse di internazionalizzazione.