16 ottobre 2019
Aggiornato 01:00
Vertenza Almaviva

Non solo Almaviva, la «bomba» sociale dei call center sta per esplodere

Chiude la sede romana di Almaviva e 1666 lavoratori perdono il posto. Ma non si tratta affatto di un caso isolato: ecco cosa sta succedendo nel mondo dei call center e perché ci riguarda tutti

ROMA – Chiude la sede romana di Almaviva e le lettere di licenziamento per i suoi 1666 lavoratori sono già state spedite. Un duro colpo per le famiglie, la Capitale e l'Italia intera. Ma questa non è che la punta dell'iceberg. Perché nel mondo dei call center sono a rischio circa 80mila posti di lavoro nel Belpaese. E se il governo non interviene subito si rischia l'esplosione di una bomba sociale.

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Licenziati 1666 lavoratori romani
Ieri è giunta la notizia della chiusura della sedere romana del call center di Almaviva Contact. Milleseicentosessantasei lavoratori perderanno il posto e le loro famiglie dovranno affrontare il nuovo anno con un gruppo in gola e molte difficoltà economiche in più. Ma non è che il principio, perché su tutto il territorio nazionale sono a rischio circa 80mila posti di lavoro nel mondo dei call center. Si tratta di una vera e propria bomba sociale che potrebbe esplodere nei prossimi mesi. Il settore soffre la congiuntura economica negativa e in Italia è stato messo duramente alla prova dalla delocalizzazione delle imprese nei paesi stranieri, dove i dipendenti vengono pagati (molto) meno rispetto ai colleghi italiani.

La bomba sociale dei call center in Italia
Senza tutele, diritti, o ammortizzatori sociali, i lavoratori nazionali sono prigionieri di un limbo. Uno su cinque rischia il posto di lavoro. E negli ultimi anni le retribuzioni dei dipendenti italiani si sono ridotte di circa il 20% per effetto della concorrenza con i colleghi dei paesi stranieri. In Italia almeno dieci aziende del settore hanno chiuso i battenti negli ultimi mesi, mentre in paesi come l'Albania e la Tunisia il numero dei call center è raddoppiato. I dati ufficiali dell'Istat albanese confermano che nel 2015 i call center che lavorano per il mercato italiano hanno dato vita a oltre 25 mila nuovi posti di lavoro. Nel Belpaese, invece, chiudono uno dopo l'altro.

I «licenziamenti mascherati» da trasferimenti
Uno dei casi più clamorosi è quello della Convergys, la multinazionale americana con sede in Ohio che circa un mese fa ha comunicato ai suoi 221 dipendenti italiani la chiusura del call center di Cernusco sul Naviglio (in provincia di Milano). La Convergys ha proposto ai suoi lavoratori di trasferirsi alla sede di Cagliari, ma per i sindacati si tratta dell'ennesimo «licenziamento mascherato». Lo stesso, d'altronde, è accaduto ai lavoratori di Almaviva. Anche in questo caso, l'azienda aveva proposto ai suoi 397 operatori siciliani di trasferirsi con armi e bagagli in quel di Rende, in Calabria, per non perdere il posto di lavoro. Un altro licenziamento mascherato.

L'articolo 24-bis del Decreto Sviluppo del 2012
Secondo i sindacati, nel giro di qualche mese, potrebbero restare disoccupati 70-80mila operatori di call center. All'origine di questa bomba sociale c'è l'articolo 24-bis del Decreto Sviluppo del 2012, in base al quale l'utente che viene contattato da un call center deve essere messo in condizione di sapere da dove proviene la chiamata dell'operatore per poter scegliere di ricevere il servizio da una sede sita sul territorio nazionale. Questa norma, però, che avrebbe dovuto arginare la delocalizzazione per tutelare i lavoratori italiani, è stata costantemente aggirata. E neppure le sanzioni - che sarebbero dovute essere comminate in base alla legge alle imprese responsabili delle violazioni - hanno funzionato.

Qualcosa (forse) sta per cambiare
Ma ora qualcosa (forse) sta per cambiare. Come riporta l'AGI, una norma contenuta nella legge di Bilancio approvata dalla Camera impone finalmente un freno alla delocalizzazione dei call center introducendo l'obbligo da parte dell'operatore di dichiarare da dove chiama e da dove risponde. La norma dovrebbe favorire la rilocalizzazione delle imprese in Italia. Inoltre viene sancito un importante principio che riguarda il cambio d'appalto, efficace per combattere la pratica del 'prezzo più basso' che oggi obbliga i call center a comprimere i costi del personale per aggiudicarsi le gare.

Non c'è più tempo da perdere
La nuova normativa è stata apprezzata dai sindacati, che chiedono anche maggiori tutele per i lavoratori, ma temono che il provvedimento possa venire bloccato o «annacquato» al Senato per effetto dell'influenza delle lobby del settore. E un'altra proposta di legge è stata avanzata anche dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d'Italia-Alleanza nazionale: prevede il divieto per le amministrazioni e gli enti pubblici di aggiudicare gare a quegli operatori economici che hanno localizzato, anche mediante affidamento a terzi, l’attività di call center fuori dal territorio nazionale. Difendere il lavoro è una priorità nazionale. E solo una cosa è certa. Non c'è più tempo da perdere.