20 luglio 2019
Aggiornato 07:00
l'ora della verità

Banca popolare di Vicenza, storia di un dramma che coinvolge 120mila risparmiatori

Sono in corso le indagini sul dissesto finanziario di BpVi e i sei ex manager della banca risultano iscritti nel registro degli indagati. Vi spieghiamo cos'è lo “schema Zonin”, che potrebbe aver truffato oltre 100mila azionisti

ROMA - La Banca popolare di Vicenza è indagata «per responsabilità amministrativa per fatti penali dei suoi dirigenti». Il 21 giugno scorso le fiamme gialle hanno fatto irruzione nella sede dell'istituto e passato al setaccio tutta la documentazione relativa ai finanziamenti concessi tra il 2012 e il 2014. Ma, mentre alcuni azionisti «fortunati» sono riusciti a salvare i loro risparmi prima del crollo dei titoli della banca, un pensionato di 67 anni si è sparato un colpo al torace per aver perso tutta la pensione. Vi spieghiamo cosa sta succedendo e cos'è lo «schema Zonin», con il quale potrebbero esser stati truffati centinaia di risparmiatori.

Le indagini in corso e i sei indagati
I magistrati di Vicenza stanno indagando sul dissesto finanziario della Banca Popolare di Vicenza e in particolare su un anomalo flusso di finanziamenti elargiti dall'istituto tra il 2012 e il 2014. Gli onerosi prestiti in questione, nel complesso pari a 975 milioni di euro, costituiscono il filone più importante dell'inchiesta giudiziaria in corso. Sarebbero stati concessi senza le garanzie adeguate e senza informare la Banca d'Italia. Nel registro degli indagati sono iscritti i manager della vecchia gestione: il presidente Giovanni Zonin, i consiglieri di amministrazione Giuseppe Zigliotto e Giovanna Maria Dossena, il direttore generale Samuele Sorato e i due vice, Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta.

I finanziamenti «baciati»
I finanziamenti «baciati» sarebbero finiti soprattutto nei conti correnti di imprenditori vicini al management dell'istituto. Tra i nomi di coloro che hanno ricevuto denaro sonante da BpVi compaiono anche diversi VIP, come Alfio Marchini che – a quanto risulta dalle ispezioni effettuate dalla Bce - avrebbe ottenuto alla fine del 2014 circa 76,2 milioni di euro per finanziare la sua campagna elettorale romana. Ma la lista non comprende solo ricchi imprenditori. La Banca popolare di Vicenza ha concesso prestiti onerosi anche a pensionati o clienti nient'affatto benestanti, senza alcuna garanzia di riavere indietro il denaro. Perché una banca avrebbe dovuto assumersi un tale rischio?

Un do ut des tra la banca e gli investitori
Secondo l'ipotesi investigativa al vaglio dei magistrati, la banca avrebbe finanziato una parte consistente del suo stesso capitale azionario, superando ampiamente i limiti consentiti per legge, proprio attraverso i finanziamenti concessi così generosamente ai clienti. Un do ut des a tutti gli effetti: l'istituto avrebbe concesso prestiti onerosi in cambio dell'impegno dei debitori a comprare le azioni dell'istituto con una parte del finanziamento ricevuto. Così facendo, BpVi sarebbe riuscita in un'impresa apparentemente impossibile: gonfiare il valore dei suoi titoli proprio nel momento in cui l'istituto era sul punto di colare a picco. Un piano ben preciso, quello ordito dai manager, e definito «schema Zonin».

Lo «schema Zonin»
Oggi lo «schema Zonin» è al centro delle indagini, perché grazie ad esso sarebbero stati truffati circa 120mila azionisti. Secondo quanto riporta il blog di Beppe Grillo, i manager della vecchia gestione avrebbero usato la Banca popolare di Vicenza come un bancomat personale, dal quale attingere senza soluzione di continuità. Quando, però, i dissesti finanziari dell'istituto sono diventati insostenibili, costoro avrebbero deciso di gonfiare i bilanci per nascondere il più a lungo possibile la voragine nei conti dell'istituto. Per riuscirci era necessario vendere le azioni della banca e tener alto il loro valore in maniera artificiale: convincendo i soci e i debitori ai quali avevano all'occorrenza concesso prestiti particolarmente generosi ad acquistarne.

Tempismo perfetto
Nel febbraio del 2015 è intervenuta la Bce e ha aperto il mostruoso vaso di Pandora: la Banca popolare di Vicenza non valeva più nulla e gli investitori hanno perso all'improvviso il 99% del loro capitale. Un pensionato di 67 anni, Antonio Bedin, si è ucciso con un colpo di pistola al petto dopo aver appreso che i soldi della sua pensione, investiti nella BpVi, si erano volatilizzati. Il valore delle azioni dell'istituto, infatti, precipitò in poco tempo da 62,5 euro a zero euro. Altri azionisti, però, sono stati più «fortunati» e sono riusciti a vendere al momento giusto, limitando o azzerando le perdite. Alcuni ci hanno addirittura guadagnato. È il caso, ad esempio, del cognato di Gianni Zonin, Roberto Pavan, che in due distinte operazioni il giorno 10 febbraio 2015, è riuscito a disfarsi di 28 mila azioni di BpVi incassando circa 1,750 milioni di euro. Di lì a poco, a fine mese, la Bce avrebbe bloccato la compravendita delle azioni dell'istituto condannando per sempre quegli investitori che non hanno potuto disfarsi parimenti di questa pesante zavorra: titoli azionari che improvvisamente sono collassati sublimando centinaia di migliaia di euro di risparmi di una vita.