21 febbraio 2020
Aggiornato 06:00
Le conseguenze del Ttip

Ttip, Europa terra di conquista: Cina e USA pronti all’assalto finale

Il fututo di questa Europa, con la Cina che gioca con carte truccate e un flusso monetario praticamente infinito, e con gli Usa pronti a qualunque cosa pur di vedere approvato il Ttip

PECHINO - Un recente fotoreportage fotografico realizzato all’interno della Pegatron Corp, la fabbrica cinese della Apple che produce l’iPhone, evidenzia all’occhio occidentale estetiche che raccontano quali forme di organizzazione del lavoro siano presenti in Cina. In una surreale immagine dai colori pastello, un gigantesco plotone di operai pietrificato in una postura molto simile al militaresco «riposo», attende ordini. Alle spalle degli uomini un drappo rosso reca un motto maoista che così recita: «Massimo valore alla squadra di lavoro».

Primo assalto: la Cina (che non è un'economia di mercato)
Il fotoreportage è stato pubblicato in Italia nel giorno in cui la vicepresidente di Confindustria, Lisa Ferrarini, scrive sul Sole 24 Ore un interessante editoriale dal titolo «Perché la Cina non è un’economia di mercato». La Ferrarini si domanda se sia opportuno che l’Unione europea conceda alla Cina lo status di MES, cioè di «economia di mercato». La risposta è netta: «La Cina non è un’economia di mercato. E non lo è né di fatto – basti guardare a quanto sta accadendo sul mercato siderurgico mondiale, letteralmente invaso da gigantesche quantità di produzioni cinesi a basso costo – né di diritto. Un giudizio unanime, esplicitamente condiviso a livello Ue – persino dalla Commissione europea – sulla Cina che, pur essendo stata ammessa nel 2001 all’Omc, oggi soddisfa solo uno dei cinque criteri fissati da Bruxelles per essere considerata tale. Deve essere chiaro per tutti che una decisione così importante potrà essere presa solo quando l'economia cinese dimostrerà di garantire agli operatori economici stranieri condizioni di effettiva parità e di rispettare standard adeguati di trasparenza e non discriminazione».

L'economia cinese è un'economia di guerra
Leggendo in filigrana le immagini scattate da Shai Oster e Qilai Shenper è possibile vedere l’estetica, e quindi l’etica, di ciò che sostiene la vice presidente di Confindustria. L’economia cinese è con ogni evidenza un’economia di guerra, centrata su un’organizzazione sociale dalla rigidissima disciplina militare, dove non esiste alternativa all’ordine impartito dal partito. Il ragionamento potrebbe essere esteso, fino a coinvolgere il millenario modello morale confuciano, centrato sull’assoluto senso del dovere.

Il gioco di Pechino sul mercato internazionale con carte truccate
Rimanendo in campo economico, è lapalissiano che la Cina giochi sul mercato internazionale con carte truccate, forse sarebbe meglio dire che i modelli finanziari europei made in Germany, centrati sulla contrazione monetaria perpetua, sono demenziali. Il flusso monetario dello Banca centrale cinese è praticamente infinito (così come quello statunitense e britannico, del resto), anche perché basato su solide riserve di bond stranieri: la Cina, di fatto, è uno stato «comunista» padrone del debito pubblico del primo paese capitalista del mondo, gli Usa. Per non parlare della a-normativa ambientale, del diritto del lavoro semi primitivo, dell'assenza di sindacati, della schiavitù legalizzata, del lavoro minorile, delle emissioni fuori controllo, dei diritti umani calpestati, di una sempre più inquietante potenza militare. Accettare la libera concorrenza di un mercato aperto con un competitore che gioca con queste regole sarebbe un suicidio per le imprese e per i lavoratori europei. Un attacco particolarmente virulento alla condizione italiana.

Secondo assalto: il Ttip di Obama
Il mercato europeo appare sempre più come un territorio di conquista. Imprese straniere, sospinte da governi aggressivi, ottengono dalla debole Unione europea pieno diritto di scorribanda: differentemente da ciò che accade in tutto il mondo, Bruxelles ha deciso di non difendere la propria produzione in nome di una libera concorrenza mondiale, di fatto inesistente. Ma, differentemente dalla chiosa della Ferrarini nel suo editoriale, che accetta obtorto collo questa condizione e auspica che nuove (improbabili) regole possano essere seguite affinché la concorrenza sia leale, c’è molto da temere da quanto si staglia all’orizzonte.

Obama ha fallito l’assalto alla diligenza Ue in pieno stile far west
E volgendo lo sguardo dall’estremo Oriente all’estremo Occidente la situazione non cambia, anzi peggiora. Nel suo viaggio europeo il presidente degli Stati Uniti Obama ha fallito l’assalto alla diligenza Ue in pieno stile far west. Oggetto del contendere il trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti, ovvero il Ttip. Fallito per la residuale opposizione del governo francese, alla prese con le rivolte in casa scatenate dal varo dalla riforma del diritto del lavoro francese.

Con il Ttip gli scambi commerciali tra Europa e Usa aumenterebbero di 120 miliardi di euro in 10 anni
Una valutazione della presidenza Obama, prima o poi dovrà essere fatta. Un’intesa, quella sul Ttip, che, secondo i proponenti ma smentita da più parti, dovrebbe essere l’uovo di Colombo dell’economia globale. Con la ratifica del Ttip gli scambi commerciali tra Europa e Stati Uniti aumenterebbero di 120 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra irrisoria a fronte di rischi enormi. Le posizioni sono note: Germania favorevole, mentre Francia, Spagna e Italia sono pronte a dare il via libera in presenza di alcune clausole che salvaguardino realmente il principio del libero scambio. Perché, come nel caso della Cina, la partita appare truccata fin dalle prime battute.

La mossa ultraprotezionista a stelle e strisce: la «buy american»
Si pensi alla norma ultraprotezionista che gli statunitensi non vogliono smantellare, la «buy american»: impone l’utilizzo del 50% di prodotti made in Usa per ogni appalto pubblico. E come giudicare le resistenza d’oltreoceano ad una normativa che tuteli l’origine dei prodotti alimentari? Normativa che se non fosse riconosciuta e rafforzata farebbe crollare la produzione di qualità italiana nel settore alimentare, l’unico che al momento gode di buona salute. Irrisolto anche il meccanismo Isds, l’organo giuridico preposto alla risoluzione delle controversie tra investitori. Di fatto una cessione di sovranità degli Stati alle imprese private, che avrebbero diritto di citare in giudizio interi Paesi qualora applicassero normative restrittive, ad esempio in campo sanitario e ambientale, non confacenti alla «libera» circolazione dei beni.

La devastazione che comporterebbe il Ttip
Sulla devastazione che comporterebbe la ratifica del Ttip si è perfino espresso un tempio del pensiero liberale, la London School of Economics, che ha espresso il seguente lusinghiero giudizio: «Comporterebbe moltissimi rischi e quasi nessun beneficio». Lo studio, inizialmente secretato perché contrario alla propaganda Cameron-Obama, è stato impugnato e pubblicato su istanza giudiziaria dell’associazione Global Justice Now. Ecco la valutazione completa emessa dalla Lse: «C'è motivo di aspettarsi che il trattato Ue-Usa imporrà costi significativi al governo. Basandoci sull'esperienza del Canada nel Nafta ci dobbiamo attendere che le clausole di 'protezione dell'investitore' (del TTIP, ndr) saranno regolarmente invocate da investitori Usa per atti del governo del Regno che di norma non sono contestabili secondo il diritto nazionale. Si ha poco motivo di ritenere che il Ttip darà al Regno Unito benefici di qualche significato. Si ha scarso motivo di credere che darà al Regno Unito benefici politici significativi».