11 agosto 2020
Aggiornato 12:00
L'annuncio di christine lagarde

Il mondo rallenta, colpa della stagnazione secolare. Ma cos'è?

Le prospettive di medio termine per la crescita globale sono più deboli e ci troviamo in una congiuntura difficile e complessa. Ecco perché e come possiamo uscirne

ROMA – Il mondo rallenta. A dare l'annuncio, questa mattina, è stata la direttrice del FMI, Christine Lagarde. La crescita globale quest’anno sarà più debole del 2014, «con una modesta accelerazione nel 2016». Gli economisti la definiscono «stagnazione secolare», vediamo cos'è e cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro.

L'annuncio del FMI
Le prospettive di medio termine per la crescita globale sono più deboli e ci troviamo in una congiuntura difficile e complessa. La stabilità finanziaria è ancora un miraggio e sulla ripresa economica pesano la bassa produttività, l'indebitamento degli stati sovrani, l'invecchiamento della popolazione, il rallentamento della Cina, le turbolenze sui mercati finanziari e i rischi elevati nei paesi emergenti. A dare l'allarme, questa mattina, è stato niente di meno che il FMI. Sono in molti a credere che l'economia globale sia entrata nella seconda fase della crisi esplosa nel 2008, perché oggi la Cina si trova a soffrire della stessa malattia che colpì all'epoca il resto del mondo. La speculazione frenetica sulle borse asiatiche, che ha portato all'esplosione della bolla cinese questa estate, per il mondo occidentale non è altro che un dejavu. La sintomatologia appare identica: un'ipertrofica crescita degli investimenti finanziari a fronte di un rallentamento dell'economia reale.

Cos'è la stagnazione secolare
La malattia di cui oggi è vittima Pechino è dunque la stessa che affligge tutta l'economia internazionale nel suo complesso e si tratta di un virus decennale, che gli economisti hanno ribattezzato «stagnazione secolare». Secondo Keynes, all'origine di ogni crisi economica c'è una carenza di domanda. E proprio la depressione della domanda globale, la sovrapproduzione, il crollo dei prezzi delle materie prime esportate dai paesi emergenti colpiti duramente dal rallentamento dell'economia cinese, la deflazione sono alla base della stagnazione secolare che stiamo vivendo. Secondo Larry Summers, ex segretario del Tesoro americano durante la presidenza Clinton, l'economia dei paesi ricchi già prima della rischi presentava inequivocabili sintomi di malessere, perché cresceva solo grazie a grandi stimoli monetari, all'indebitamento pubblico e privato e al gonfiarsi di bolle speculative. La secular stagnation di cui parla Summers potrebbe non essere solo una congiuntura negativa, ma diventare lo stato normale dell'economia mondiale. A condividere e sostenere la sua tesi sono anche due autorevoli economisti come Paul Krugman e Martin Wolf.

All'origine della crisi
Ci troviamo, infatti, in una fase molto diversa della storia mondiale rispetto al periodo d'oro sviluppatosi dopo la seconda guerra mondiale: la fine del protezionismo, l'apertura delle frontiere, l'entrata delle donne nel mondo del lavoro, l'innalzamento del livello d'istruzione, l'espansione dell'indebitamento delle famiglie, lo sviluppo tecnologico e la fiducia nel futuro sono state delle leve fondamentali per la crescita economica di quegli anni. Oggi, invece, dobbiamo fare i conti un importante rallentamento di due fattori chiave: quello demografico, che comprime i consumi, e quello tecnologico, che comprime gli investimenti. A questi si accompagna la stagnazione (e in certi casi la riduzione) dei salari, l'indebitamento dei governi, la deflazione e una crisi di fiducia collettiva che danno vita al circolo vizioso della crisi economica, in una spirale negativa che si autoalimenta.

Cosa si può fare per vincerla
Cosa si può fare allora per porre fine a questa stagnazione secolare? Per sconfiggere una crisi da domanda bisogna ripartire dai consumi e dagli investimenti. Occorre puntare, allora, su una strategia lungimirante che tenga in conto una buona politica industriale senza dimenticare l'importanza di una più equa distribuzione della ricchezza sociale, per rilanciare sia gli investimenti che i consumi. Val la pena citare per il primo caso la proposta di un nuovo «Piano Marshall» per l'Europa, lanciata dalla Confederazione sindacale tedesca (DGB), che ha prospettato un piano di investimenti pubblici del valore del 2% annuo del Pil dell’Unione Europea per 10 anni. Mentre per quanto riguarda il secondo caso s'inserisce in quest'ottica l'introduzione del salario minimo, già adottato in alcuni paesi europei.