14 luglio 2020
Aggiornato 22:31
In attesa della decisione della Fed

Pechino rallenta e spaventa ancora i mercati

Permangono i segnali di debolezza degli indicatori economici. Gli investimenti avanzano al ritmo più basso da 15 anni e la produzione industriale delude le attese

PECHINO - C'è grande nervosismo sui mercati nella settimana decisiva per le scelte della Fed. L’incertezza, a 72 ore dalla conferenza stampa di Janet Yellen , regna sovrana e tutto il mondo della finanza aspetta di conoscere il destino dei tassi d'interesse americani. Tuttavia, la Cina ruba ancora la scena all'America, perfino in questi giorni di febbricitante attesa. Le Borse cinesi hanno infatti ripreso la via del ribasso, accumulando perdite che non si vedevano dal lunedì nero del 24 agosto: Shanghai -3,2%, Shenzhen -4,5%. Pechino torna a metterci paura, perché i dati macroeconomici sull'economia cinese – pubblicati nel fine settimana – descrivono scenari quasi apocalittici e rendono inquieti gli investitori che incrementano le vendite sui mercati asiatici.

L'economia cinese continua a rallentare
Permangono infatti i segnali di debolezza degli indicatori economici. Gli investimenti avanzano al ritmo più basso da 15 anni e la produzione industriale delude le attese: ad agosto, è salita solo del 6,1%, molto meno del previsto (gli analisti speravano in un 6,5%). Ad essere preoccupate sono perfino le grandi case d'auto tedesche: se l'anno scorso l'export della Germania verso il Dragone era salito dell'11%, nei primi cinque mesi di quest'anno si è limitato a un +1,2%. Secondo il rapporto trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali in Cina è in corso un deflusso di capitali da parte delle banche pari a 109 miliardi di dollari nel solo primo trimestre, e potrebbe proseguire anche nel terzo trimestre dopo la decisione delle autorità di Pechino di svalutare lo yuan/renminbi. Un tale deflusso di capitali non è una buona notizia per gli investimenti - già sofferenti - del paese e per l'instabilità generale dei mercati asiatici che rischia di proseguire senza soluzione di continuità.

Le ragioni dell'esplosione della bolla
Dopo l'esplosione della bolla speculativa l'attesa resta alta e il timore è che il peggio non sia ancora passato. Eppure quanto è accaduto non ci ha colti di sorpresa perché in molti – tra i quali lo stesso Diariodelweb – avevano previsto quanto poi si è verificato questa estate. Le premesse erano fin troppo evidenti. Come sottolinea Andrea Baranes nell'articolo pubblicato su sbilanciamoci.info, da ben tre anni le Borse cinesi realizzavano rialzi consecutivi senza interruzione, toccando cifre da capogiro: Shenzen è cresciuta di circa il 150% in 12 mesi, e poco meno ha fatto quella di Shanghai. Si è trattato di una esplosione speculativa senza controllo né freni inibitori, una crescita ipertrofica che ha sganciato la finanza dai fondamenti dell'economia reale. Per averne un'idea basta ricordare che uno dei principali indicatori del valore di un'azione è il rapporto P/E (Price / Earnings): semplificando, si tratta del rapporto tra la quotazione di un titolo e gli utili che esso genera. Ecco, solitamente si stima che un valore «corretto» del P/E sia intorno a 15: a fine giugno il valore medio delle Borse cinesi era un incredibile 85. Era solo questione di tempo, e la bolla cinese alla fine è scoppiata.

Il tentativo fallito di Pechino
Per capire perché si è arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di qualche anno. Il Paese aveva deciso di intraprendere una profonda trasformazione della propria economia export-oriented: cercando di passare dall'essere la «fabbrica del mondo» a un sistema maggiormente autosufficiente, rivolto alla domanda interna. Così è stato incentivato il ricorso all'indebitamento da parte dei privati, in modo da favorire investimenti da parte delle imprese e consumi da parte della popolazione. Accanto ai canali ufficiali se ne sono sviluppati altri, informali e paralleli, una sorta di sistema finanziario ombra fatto di prestiti personali e società più o meno autorizzate. L'indebitamento è cresciuto smisuratamente, ma anziché essere impiegato dai cinesi – come sperava il governo - per rilanciare la domanda interna, ha preso la via degli investimenti finanziari. Sempre più persone sono state attratte dagli aumenti degli indici della Borsa e si sono fatte allettare dall'idea di facili guadagni, alimentando un circolo vizioso che ha raggiunto l'apice questa estate, prima di implodere.

Perché (forse) non dobbiamo temere Shanghai
Ed eccoci qui, oggi, a fare i conti (è il caso di dirlo) con una bolla speculativa esplosa, l'economia cinese che rallenta e i mercati finanziari che pagano il prezzo dell'instabilità con la loro alta volatilità. Cos'accadrà? L'economia non è una scienza esatta ed è difficile fare delle previsioni, tuttavia possiamo partire da alcuni dati di fatto. Uno di questi è l'alto grado di interdipendenza economica e finanziaria che ormai lega indissolubilmente economie e mercati a livello globale. Un battito d'ali di farfalla sulle borse asiatiche può avere ripercussioni a Wall Street e a Piazza Affari, ed è quello che è successo questa estate. Ciononostante, alla fine, sono i fondamentali economici a fare la differenza e sono in molti, tra gli economisti, a sostenere che l'economia americana in questo momento sia abbastanza forte da resistere all'onda d'urto di una crisi cinese. A dipendere da Pechino è solo l'1% del Pil americano, e anche il Crédit Agricole invita l'Europa a non farsi prendere dal panico, perché le esportazioni della Germania verso la Cina rappresentano solo il 6,1% delle esportazioni tedesche. Il rischio contagio è dietro l'angolo, ma c'è anche da scommettere sul potenziale del Dragone, che nonostante il rallentamento della sua economia ha la capacità di «cadere in piedi» e tutto l'interesse a salvare se stesso.