12 luglio 2020
Aggiornato 02:00
Lavoro

Meno immigrati, in pericolo il welfare

Negli ultimi decenni i lavoratori stranieri sono risultati una manna per finanziare la nostra previdenza e assistenza, ma ora l’Istat avverte che il numero di chi va via dall’Italia nel 2012 è aumentato 17,9 per cento.

ROMA - I giornali nei giorni scorsi erano pieni di analisi e titoli gridati sul Rapporto Istat, la fotografia del Paese che il nostro istituto di statistica fornisce ogni anno, un’analisi che consente di leggere gli spostamenti sociali e individuare i maggiori problemi, e di intuire le possibili evoluzioni future.

Il capofamiglia sta diventando la mamma - Indubbiamente il lavoro è il tema che condiziona la vita dei cittadini fin nel profondo, e non è un caso che la crisi si legge in modo evidente nei numeri: 3 milioni di famiglie non hanno alcun occupato nel nucleo, sono 300.000 i papà che sono rimasti senza lavoro, oltre due milioni e trecentomila famiglie si reggono sul solo reddito della donna, registrando sull’anno precedente un aumento del 34,5 %, nel 2012 erano infatti 1.713.000. Il capofamiglia dunque sta diventando la mamma, e questo accade sia per una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro che riguarda l’altra metà del cielo sia per l’allungamento dei tempi previsti per le donne dell’età pensionabile.

Il 2013 record negativo per la natalità - Sarà forse anche per questi dati che il 2013 è anche l’anno del record negativo per la natalità: sono infatti solo 515.000 i nuovi nati, storicamente si sorpassa il record negativo del 1995 con 528.000 nascite, con una media di 1,29 figli per donna, La media cala anche per la prima volta tra le donne immigrate, seppur maggiore di quella delle italiane si attesta a 2,37, si potrebbe in qualche modo parlare di un calo generalizzato «culturale», nel senso che la complessità della condizione del presente si sposa con il pessimismo per il futuro: non ci sono le condizioni per investire in un figlio.

Italia ultima in Europa per laureati - Un contesto difficile quello italiano, con 3.113.000 disoccupati ufficiali, ai quali si aggiungono altri 3.205.000 per sone disposte a lavorare, quelle che statisticamente sono chiamate «Forze di lavoro potenziali», in verità una grossa fetta di popolazione scoraggiata che rischia di rimanere ai margini a covare rabbia e risentimento, incapace di programmare e di intravedere un futuro.
Un’Italia  che è il fanalino di coda nell’Europa a 29 come numero di laureati, solo il 16,3 per cento della popolazione, dato questo che contribuisce in modo determinante alla mancanza di produttività del sistema Italia.
Un paese che ha un’alta aspettativa di vita, 79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne, nel quale i giovani restano più a lungo a casa presso i genitori - e infatti l’età media per il primo figlio sale a 31 anni – dove aumenta in modo considerevole anche il numero di giovani che va all’estero a tentare la fortuna prima ancora che cercare il completamento della propria preparazione e competenza.

L’immigrazione una manna per il welfare - Sono numeri che evidenziano una strategia difensiva di conservazione da parte dei cittadini  «meno lavoro, meno reddito, meno prospettive», sostiene il demografo Massimo Livi Bacci. Naturale dunque che anche i consumi si siano contratti in questa condizione, e i pensionati – tra i pochi con il reddito sicuro – devono però preoccuparsi anche loro per gli anni a venire: un aumento infatti delle aspettative di vita significa un aumento delle malattie croniche, soprattutto in presenza di un calo generalizzato del reddito familiare quale lo stiamo vivendo da sette anni a questa parte, e richiede denari freschi per finanziare sia le pensioni sia la sanità. Negli ultimi decenni l’immigrazione è stata una vera e propria manna per il finanziamento del nostro welfare, ma adesso l’Istat ci dice che nel 2012 abbiamo avuto solo 321.000 nuovi immigrati, con un calo del 27,7 sul dato precedente, mentre il numero degli immigrati usciti  dal Belpaese è aumentato del 17,9 per cento.

Deboli prospettive dal Pil - Tra i pochi dati positivi il PIL che è aumentato dello 0’6% nel 2013, e promette per l’anno in corso di abbandonare lo 0, . Troppo poco, certo, ma forse un punto da cui ricominciare, come sembrano indicare le recenti elezioni europee dalle quali arriva prepotente una richiesta di cambio di passo.