28 maggio 2020
Aggiornato 21:30
Sacconi: «Valuteremo»

Non basteranno più 40 anni contributi per andare in pensione

Emendamento del relatore della riforma del sistema. Sindacati sul piede di guerra

ROMA - Dal 2016 per andare in pensione non basteranno più 40 anni di contributi. La riforma strutturale del sistema pensionistico italiano arriva a sorpresa con un emendamento del relatore Antonio Azzollini (Pdl) alla manovra economica del governo. Proposta di modifica che stabilisce che fra sei anni tutti i requisiti di pensionamento, sia anagrafici sia contributivi, verranno aggiornati, ogni tre anni, sulla base dell'incremento della speranza di vita calcolata dall'Istat. A partire dal 1 gennaio 2016 la relazione tecnica alla norma stima un aumento di 3 mesi, mentre dal 2019 la previsione è pari a 4 mesi fino al 2030 per tornare a 3 mesi dal 2030 al 2050. A questa data si prevede un allungamento complessivo di 3,5 anni. Sul piede di guerra i sindacati che parlano di «pura follia», mentre il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, assicura: «Lo valuteremo».

Un'operazione, quella dell'adeguamento dell'età di uscita dal lavoro alla vita media, che era prevista già dalla manovra estiva dello scorso anno (decreto 78 del 2009) ma che la faceva partire dal 2015 e non esplicitava che era compreso anche il requisito contributivo. Il provvedimento rinviava a un decreto del ministero dell'Economia e del Lavoro l'emanazione delle norme attuative. Norme attuative che sono arrivate con l'emendamento del relatore (proposta di modifica che allunga anche l'età di pensionamento delle donne del pubblico impiego) che fa slittare di un anno l'entrata in vigore della riforma e chiarisce che riguarda anche i lavoratori che hanno maturato i requisiti di contribuzione.

In realtà, già la cosiddetta 'finestra mobile' prevista nella manovra di quest'anno allontana la pensione per coloro che hanno maturato i 40 anni di contributi. Le nuove decorrenze per l'uscita dal lavoro si applicano infatti anche a questi lavoratori i quali dovranno attendere 12 mesi (se dipendenti) o 18 mesi (se autonomi) per la l'uscita effettiva. Ma con le novità introdotte dal relatore in pratica salta definitivamente il criterio dei 40 di contribuzione e si prevedono tempi più lunghi anche per i lavoratori che hanno maturato l'anzianità contributiva. L'adeguamento alle aspettative di vita varrà anche per le pensioni sociali, cioè per coloro che prendono l'assegno più basso, quello che lo scorso governo Berlusconi aveva portato a 516 euro (il vecchio milioni di lire).

Coro di 'no' dai sindacati a un'ulteriore «penalizzazione» per i lavoratori. Per Raffaele Bonanni della Cisl si tratta di «un sacrificio enorme» chiesto ai lavoratori ai quali è già stata applicata la finestra scorrevole di 12 mesi. «Ora - avverte - è necessario evitare che debbano subire, dopo il 2015, ulteriori penalizzazioni». Per La Cgil si tratta di una «follia» che penalizza doppiamente i lavoratori già costretti a uscire più tardi dal mondo del lavoro e lavorare gratis nel periodo di permanenza forzata. Anche la Uil parla di «ulteriore penalizzazione».

Immediato l'intervento del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che spiega che l'emendamento «riunisce norme in parte già varate» e assicura che «per quanto riguarda lo specifico segmento relativo ai lavoratori che accumulano 40 anni di contributi ci sarà una riflessione». Secondo Sacconi la misura tocca nel 2016 «una platea molto contenuta». A fare i conti è la relazione tecnica all'emendamento che stima che il numero di soggetti che maturano i requisiti nel periodo 2016-2020 saranno circa 400.000 in media. Inoltre, secondo la Rt, la norma comporterà, nel periodo 2016-2020, 7,838 miliardi di risparmi: 60 milioni nel 2016, 800 milioni nel 2017, 1,725 miliardi nel 2018, 1,920 nel 2019 e 3,333 nel 2020.

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