15 ottobre 2021
Aggiornato 22:30
Il Ministro del lavoro presenta il Libro verde sul Welfare.

Sacconi: «Rivedere il limite dell’età pensionabile»

Un compendio della trasformazione economica e culturale del paese: come far pagare ai lavoratori dipendenti i costi della crisi

di Anna Maria Bruni

Un welfare invecchiato, incapace di far fronte alle trasformazioni avvenute con la globalizzazione, e uno sviluppo demografico distorto: troppi anziani, pochi bambini; dal 2050 il costo della sanità potrebbe raddoppiare, mentre il sistema pensionistico avrà meno risorse. Dunque dal 2013 va rivisto di nuovo il limite dei 62 anni per la pensione. Ultimo della catena cominciata con Dini, cui è seguito Maroni, e in ultimo Prodi con l’accordo del 23 luglio 2007.

La proposta arriva dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ha deciso di rifondare il welfare. E lo fa presentando al Consiglio dei ministri del 25 luglio un Libro Verde sul futuro del modello sociale, «La vita buona nella società attiva».

Ventiquattro pagine che analizzano i buchi del sistema, avanzano proposte, e sollevano un «Che fare«? al quale Sacconi invita a rispondere anche l’opposizione, le forze sociali e gli stessi cittadini. Tre mesi di tempo e poi verrà messo a punto un Libro Bianco ufficiale, e su quello il governo formulerà le proposte in materia di lavoro, salute e politiche sociali. Enrico Letta, ministro ombra del Pd per il Welfare, ha dato la sua disponibilità, così come «pronto a discutere» si è detto anche il leader della Cisl Raffaele Bonanni.

L'analisi del Libro Verde è impietosa: gli ammortizzatori sociali così come sono non funzionano, parte della popolazione più povera ne è esclusa. Né va meglio se si guarda al lavoro: il collocamento, pubblico e privato, non decolla. Hanno fallito le politiche per la formazione. La scuola arranca e i giovani entrano tardi e male nel mercato del lavoro.

Ma le soluzioni che Sacconi indica vanno sempre nella stessa direzione: le rigidità del mercato del lavoro che frenano la creazione di nuova occupazione, anche se, dice, un sistema di welfare che funzioni ha bisogno di «un innalzamento dei tassi di occupazione regolare, soprattutto di donne, giovani e over 50». È così «che si aumentano i contributi che alimenteranno pensioni e fiscalità generale».

Come raggiungere l'obiettivo? Senza tagli, ma è necessario «semplificare e de-regolarizzare la gestione dei rapporti di lavoro». Questa la ricetta che passa dal superamento della «contrapposizione tra Stato e mercato ovvero tra privato e pubblico», perché un welfare delle opportunità «non può che scommettere su una virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». Quindi maggiore diffusione per i fondi previdenziali e sanitari complementari, cui lo Stato può dare una mano attraverso «una fiscalità di vantaggio».

Non va affrontato il sistema economico, ne vanno ‘corretti’ gli effetti. Come? Con il sostegno (e già la social card di Tremonti né è un segno), gli aiuti, la ‘solidarietà’. Che si deve esprimere, secondo il ministro, attraverso «la capacità di fare comunità a partire dalle sue proiezioni essenziali che sono la famiglia, il volontariato, l'associazionismo culturale».

Che però non sono in discussione se non come palliativi ad un autentico sistema di welfare da parte dello Stato, che passa per la redistribuzione della ricchezza. Chi lavora dovrebbe avere un salario o uno stipendio in grado di affrontare i costi della vita, così come chi ha maturato un pensione, senza doversi trovare nella condizione di accettare caritatevoli suppletivi. Ma di riconoscimento del lavoro il libro del ministro del lavoro non parla.