16 novembre 2018
Aggiornato 16:30

Viggo Mortensen è Tony Vallelonga in «Green Book»

L'attore, per il ruolo di un italoamericano razzista che si trova a lavorare per un nero, potrebbe arrivare alla terza candidatura all'Oscar
Viggo Mortensen
Viggo Mortensen (ANSA)

ROMA - L'interpretazione di Tony Vallelonga in «Green book» potrebbe portare a Viggo Mortensen la terza candidatura all'Oscar, e l'attore è venuto a presentare il film alla Festa del cinema di Roma. In una conferenza stampa in cui è stato molto applaudito, ha raccontato un po' in inglese e un po' in italiano, la genesi e i dietro le quinte di questo film ispirato ad una storia vera. Siamo nel 1962, il buttafuori italoamericano Tony Lip deve a tutti i costi trovare un lavoro per mantenere la propria famiglia e accetta di accompagnare in tour il pianista afroamericano Don Shirley, nonostante all'inizio fra i due ci siano diffidenze e contrasti. «Questa sceneggiatura mi ha fatto ridere e piangere, ha una grande intensità drammatica e personaggi disegnati benissimo» ha detto l'attore.

In quel viaggio Tony aprì gli occhi sulle umiliazioni e i pericoli a cui dovevano far fronte gli afroamericani e per Mortensen «è una bella storia del passato che può aiutarci a capire il presente». L'attore ha sottolineato la necessità di «storie che ci aiutino ad essere meno ignoranti sulle persone diverse da noi» e ha poi allargato il discorso all'attualità: «Fa paura pensare che persone che dovrebbero saperne di più di noi, come i Presidenti o i primi ministri, siano ignoranti o fingano di esserlo per i loro obiettivi. E' qualcosa contro cui è difficile combattere. Ma la lotta che ognuno di noi deve condurre è fatta di piccoli gesti di umanità».
Il film diretto da Peter Farrelly, con Mortensen e Mahershala Ali, arriverà nei cinema italiani il 31 gennaio.

Sigourney Weaver
Sigourney Weaver (ANSA)

Sigourney Weaver: «#MeToo? Era arrivato il momento»
Tra le star ospiti della Festa del Cinema di Roma, protagoniste degli Incontri Ravvicinati con il pubblico, anche Sigourney Weaver. La grande attrice newyorkese, bellissima a 69 anni, è tra le più versatili del cinema contemporaneo. Ha lavorato con grandissimi registi, da Ridley Scott, a James Cameron, da Mike Nichols ad Ang Lee, da Roman Polanski a David Fincher. Ma Sigourney Weaver è considerata soprattutto un'icona del genere fantascientifico. La sua Ellen Ripley in «Alien» è un ruolo cult, con cui è stata la prima donna nella storia degli Oscar a ricevere una nomination per un film di fantascienza. Poi ci sono stati «Ghostbusters», «Avatar». Un genere per l'attrice sottovalutato.

«Io penso che la fantascienza sia un genere sofisticato, perché ci fa porre domande esistenziali, su dove stiamo andando, sull'Universo, è una parte importante della nostra cultura e c'è tutta una letteratura in America e tanti scrittori che ne se occupano», spiegando poi che sbagliano quelli che criticano i film del filone, «ritenendoli solo pieni di effetti speciali», perché a suo giudizio i film di fantascienza sono «molto più profondi». «Io volevo essere un'attrice di teatro - ha raccontato - poi ho trovato il mio posto all'interno dell'industria», ironizzando sul fatto che quando voleva tornare a recitare Shakespeare, James Cameron con «Avatar» l'ha riportata al genere fantascienza. Figlia di un dirigente della NBC, e di un'attrice britannica, Weaver ha detto di essersi innamorata del cinema e dello spettacolo grazie all'entusiasmo di suo padre, sua madre invece ha sempre cercato di metterla in guardia dai pericoli di Hollywood, in particolare dagli uomini. Ma secondo lei, vincitrice di due Golden Globe, dopo lo scandalo Weinstein e la nascita del #MeToo le cose sono cambiate.

«Era tempo che accadesse, era fondamentale anche per una dignità maggiore sul posto di lavoro. Donne coraggiose hanno iniziato una rivoluzione ma l'intera industria, i registi, le troupe volevano questo cambiamento, che ci fossero porte più aperte per le donne. Siamo tutti sollevati che ci siano più possibilità per le donne, perché in questo modo tutti giocano su basi di uguaglianza. Abbiamo ancora molto da fare ma è un inizio strabiliante, era davvero arrivato il momento». Infine, ironizzando sul fatto che non è mai stata scelta per il ruolo di fidanzatina d'America, ha scherzato sulla sua fisicità, e sulla sua altezza, oltre 1,80 m. «Ogni volta che entro in una stanza il produttore si siede perché sono troppo alta. Non potevano offrirmi i ruoli da fidanzatina. L'unica che ho fatto era in 'Un anno vissuto pericolosamente', un bel ruolo. Mi piacciono le storie d'amore ma non sono una biondina con gli occhi azzurri. Non mi vedeva nessuno nel ruolo di fidanzatina».