15 luglio 2020
Aggiornato 06:30
MotoGP

Beltramo intervista Suppo: «I miei ricordi di Marquez, Stoner... e Simoncelli»

Ai microfoni del nostro Paolone, il team principal di Ducati e poi Honda, appena ritiratosi, racconta i suoi ventidue anni di Motomondiale al fianco di tanti campioni

VALENCIA – I ventidue anni di carriera di Livio Suppo in MotoGP, che si sono ufficialmente conclusi proprio questa settimana, sono legati soprattutto a due nomi: Casey Stoner e Marc Marquez. «Come piloti sono entrambi incredibili: ho avuto la fortuna di lavorare con loro che penso siano, insieme a Vale, i più talentuosi degli ultimi anni – racconta lui ai microfoni del nostro Paolo Beltramo – Caratterialmente, invece, sono completamente diversi l'uno dall'altro, e quale dei due sia più facile è abbastanza lapalissiano. Non è solo latino: Marc è proprio speciale. Ha un talento bestiale, ma quando mi chiedono quale sia il suo punto di forza io rispondo sempre: il suo carattere, questo approccio alla vita molto positivo. Il bicchiere lo vede sempre mezzo pieno, e questo lo aiuta a non buttarsi giù anche nei momenti difficili, che ci sono per tutti. Nonostante potrebbe essere mio figlio, mi ha insegnato tanto: trovare persone così positive è una rarità».

Nostalgia del Sic
A questi due campioni si sarebbe potuto aggiungere anche un terzo, Marco Simoncelli: «A chi non è mancato? Il rinnovo del suo contratto nel 2010 lo discussi io insieme a Nakamoto, peraltro in maniera abbastanza rocambolesca – prosegue Suppo – Ricordo Brno 2011, il primo podio di Marco in MotoGP: nel camion c'eravamo io, lui, suo papà Paolo e Nakamoto-san. Ovviamente Marco era felicissimo, ma Nakamoto gli disse: 'Certo che, senza gli errori degli altri, saresti arrivato di nuovo quinto'. Per fortuna Paolo non capì, perché si parlava in inglese, ma Marco ci rimase malissimo. Nakamoto non aveva filtri, ma gli voleva un gran bene. In questo ambiente, troppo spesso i piloti vengono circondati da yes-men. Invece, hanno bisogno di qualcuno che li tenga con i piedi per terra. Il podio di Phillip Island, una settimana prima di andarsene, invece lo ottenne perché andava fortissimo, e secondo me fu la gara più bella che fece in MotoGP. Solo Casey Stoner, che lì faceva un altro mestiere, riuscì a stargli davanti. Uno come lui, ovviamente, ci manca molto: sarebbe piaciuto a tutti vedere cosa avrebbe potuto fare nella MotoGP di questi anni, che è cambiata molto. I migliori di allora erano sostanzialmente Casey, Jorge e Dani, che hanno un modo di correre molto diverso, meno fisico di Vale, Marc, Zarco, che ci credono e ci provano sempre».

Testa e cuore
Il modo di vivere le gare di questi ultimi era molto diverso: «Casey non faceva mai un sorpasso se non era sicuro di farlo. Mi ricordo una manovra in Giappone, che dalla televisione sembrò assolutamente normale, ma lui chiese scusa a Dani, perché lì, se avesse perso la moto, lo avrebbe sdraiato. Invece non arrivò neanche a toccarlo, anzi, era distante! Questo approccio era molto anglosassone. I due sorpassi di Dovizioso su Marquez all'ultima curva, Casey non li avrebbe mai fatti, perché le possibilità di passare erano minime e quelle di toccarsi elevatissime. Ma noi quelle gare ce le ricordiamo perché ci ha provato. E anche Marco era uno così, che ci provava».