11 luglio 2020
Aggiornato 02:30
MotoGP

Lorenzo-Ducati: ora è proprio finita. Jorge fallisce come Valentino Rossi

L'ad Domenicali conferma il divorzio. Ed è Dovizioso a spiegare perché l'amore tra questi due grandi campioni e la Desmosedici non è mai davvero sbocciato

Jorge Lorenzo nel box della Ducati
Jorge Lorenzo nel box della Ducati Ducati

ROMA – Ora è ufficiale: l'avventura di Jorge Lorenzo alla Ducati è destinata a concludersi alla fine dell'anno. A sciogliere anche gli ultimi dubbi che erano rimasti sulle sorti del campione maiorchino è stato l'amministratore delegato della Rossa di Borgo Panigale in persona, a margine dell'inaugurazione del secondo Scrambler Ducati Food Factory a Bologna. «Lorenzo è un grande pilota, ma non è riuscito a trarre il meglio dalla nostra moto, che ha grandi punti di forza e qualche punto di debolezza – ha messo in chiaro il numero uno della casa bolognese – Purtroppo né lui né i tecnici sono riusciti fino ad oggi a far rendere al massimo il suo talento: questa è una punta di amarezza che ci rimane». Resta ancora da confermare il nome del suo sostituto: «Sarà un pilota con cui stiamo parlando e che porterà sicuramente la squadra a lavorare in modo equilibrato e congiunto. Diciamo che Dovizioso è certamente il pilota su cui puntiamo le nostre carte».

Campioni che non digeriscono la moto
Dunque, non senza rammarico, il matrimonio tra Por Fuera e la Desmosedici giungerà inevitabilmente ad un divorzio, più o meno consensuale. Al termine di due stagioni nel corso delle quali il cinque volte iridato avrà incassato complessivamente la bellezza di 24 milioni di euro, in cambio di un magro bottino fatto di appena tre podi (al momento). A spiegare i motivi per i quali questo amore non è mai sbocciato ci prova il suo compagno di squadra Andrea Dovizioso, che nel frattempo a parità di moto è riuscito invece a esplodere. «Secondo me Jorge ha trovato una moto competitiva e molto veloce, sulla quale vanno forte molti piloti – spiega Desmodovi – Non è come quando c’era Casey, che era l’unico che riusciva ad andare forte. Jorge è stato abituato a guidare un solo tipo di moto e secondo me lui si è fatto delle idee ben chiare di come bisogna guidare e come bisogna lavorare. Però in Ducati è diverso da quello che ha fatto sino ad oggi, e di conseguenza non funziona. Questo nulla toglie al campione che è stato ed è ancora Jorge Lorenzo, però i risultati non si ottengono sempre allo stesso modo. Anzi, bisogna essere aperti mentalmente per cercare di portare a casa il massimo e adeguarsi». Ma il fallimento che di sicuro brucerà di più a Lorenzo è quello di non essere riuscito nell'impresa che era sfuggita dalle mani del suo ex compagno e grande rivale Valentino Rossi. Anche lui protagonista di un biennio disastroso con i colori della Ducati, che lo stesso Dovizioso prova a motivare. «Ci vorrebbe molto tempo per rispondere e spiegare perché accadono certe cose – prosegue Andrea – Io credo che quando Valentino è arrivato in Ducati, la situazione era ben diversa e la moto era molto molto particolare. Non voglio dire che non fosse competitiva, perché Stoner vinceva delle gare, e sarebbe stupido dire così. Però credo che quella moto fosse ben lontana dalla moto che è oggi, quindi secondo me bisogna già dividere le due situazioni».

Tra piloti italiani
Entrambi questi grandi fenomeni, insomma, a Bologna semplicemente non hanno mai trovato la loro vera dimensione, con il risultato paradossale di diventare addirittura controproducenti per la crescita della squadra. «Vale e la moto, insieme, hanno prodotto il più grosso flop della storia della MotoGP – ha raccontato ancora lo stesso Andrea Dovizioso sulle pagine della sua autobiografia 'Asfalto', recentemente data alle stampe per Mondadori – I due anni del fiasco con Valentino hanno lasciato un segno profondo. Al punto che (non lo posso sapere con certezza ma ne sono abbastanza convinto) forse la moto che ho trovato io dopo i due anni di Valentino è persino peggiore di quella guidata da lui la prima volta». Ma questo flop non ha minimamente intaccato la stima del forlivese nei confronti del suo illustre collega e connazionale, con il quale anzi avrebbe voluto poter coltivare un rapporto più stretto: «Io sono di sette anni più giovane e quando sono arrivato in MotoGP lui aveva già vinto sette Mondiali, perciò è inevitabilmente un idolo, il punto di riferimento assoluto – si legge sempre nel libro – Nonostante non abbia mai avuto la possibilità di frequentarlo veramente, penso si tratti di una persona per molti aspetti di un altro livello. Ha condizionato in positivo il Motomondiale, ha insegnato a essere più spensierati anche pensando ai risultati, ha dimostrato che si può vivere di colori, di adesivi, di personalizzazioni divertenti. A modo suo, con le sue regole, ha mostrato come si vive da rockstar senza tirarsela come una rockstar. Io stesso, in principio, non capivo perché attirasse così tante attenzioni. Perché Valentino che arriva decimo conta più di chi ha vinto? Ma partivo da un presupposto sbagliato: se sei unico, è ovvio che deve andare così. Lo si può amare o odiare, ma Valentino ha avuto il merito di attirare gente che non sapeva nemmeno quante ruote avesse una moto. È l’anomalo che periodicamente viene fuori nello sport: Alberto Tomba, Michael Jordan, Usain Bolt. Questa è la storia, e non si può discutere».