21 febbraio 2019
Aggiornato 22:30

Cacciato dalla Ferrari, oggi vince con la Mercedes: «E non voglio tornare»

Il 55enne ingegnere parmense Aldo Costa fu licenziato nel 2011 come capro espiatorio di una delle tante crisi della Rossa. Quattro mesi dopo veniva assunto dalle Frecce d'argento per cui ha progettato le macchine che dominano la F1

Il progettista Aldo Costa
Il progettista Aldo Costa Ferrari

ROMA – In quella Mercedes imbattibile che umilia costantemente la nazionale rossa delle corse per eccellenza, la Ferrari, a ben guardare c'è anche un pezzo d'Italia. Un pezzo tutt'altro che trascurabile, visto che da responsabile del progetto e dello sviluppo è l'uomo che firma le monoposto che da tre anni a questa parte monopolizzano il Mondiale di Formula 1. Si chiama Aldo Costa, nato a Parma 55 anni fa e cresciuto sportivamente a Maranello, dove militò sotto le insegne della Rossa per ben sedici stagioni. Fino a quel maledetto 2011, quando fu individuato come capro espiatorio di una delle tante crisi dell'era Alonso e licenziato senza troppi complimenti. Salvo essere ripescato, solo quattro mesi dopo, dai tedeschi: «Devo a Ross Brawn e a Michael Schumacher il mio arrivo alla Mercedes», racconta oggi.

Nessun rimpianto
Qui ha scoperto un modo di lavorare pragmatico, preciso e vincente: «Il segreto della Mercedes sta in un sistema – spiega al Corriere della Sera – Nel 2013 conquistammo otto pole e solo tre vittorie. Un rendimento da gambero. Serviva una consapevolezza diversa e un ordine più marcato. Avevamo bisogno di crescere ed è ciò che stiamo facendo da allora. Il che significa un lavoro minuzioso e diligente, alla ricerca di ogni debolezza, senza sentirsi soddisfatti di ciò che raggiungiamo. Il segreto oggi credo sia rintracciabile in un gruppo composto da una ventina di persone che gestiscono il tema tecnico con responsabilità suddivise e complementari». Quello che oggi sembra mancare al Cavallino rampante: «Dalla Ferrari sono lontano da cinque anni – chiarisce Costa – Certo, conosco molti progettisti e sono di prim’ordine. Con Mattia (Binotto, direttore tecnico, ndr) abbiamo lavorato insieme per 13 anni. Posso parlarne solo in termini positivi. Però non mi tiri dentro discorsi che non posso e non voglio fare. Per raccontarle della Mercedes sono partito dal 2013. Significa che serve tempo e che il contributo di chi opera in un team, delle singole persone, è decisivo. Binotto ha una visione della realtà Ferrari a me ignota». E il bello è che, dopo averlo cacciato e avere scoperto grazie ai rivali che dopotutto non era un tecnico così incompetente, la Ferrari ha cercato di riprenderselo. Ma si è sentita rispondere con un cortese «no grazie»: «Guardi, preferisco dire solo che alla Mercedes mi sento davvero bene – ci gira intorno l'ingegnere parmense – La mia casa è questa. Non ho alcuna tentazione, nessun tentennamento». Visti i risultati, chi gli darebbe torto?