29 marzo 2020
Aggiornato 21:30
Perché la tattica è diventata un tallone d'Achille della Rossa

Disastro strategie: la Ferrari non ne azzecca più una

Tre errori pesanti in una sola stagione: l'ultimo proprio domenica scorsa in Giappone, costato il podio a Sebastian Vettel. Cominciò tutto alla fine del 2014, quando venne cacciato lo stratega assunto dalla Red Bull, Neil Martin

Sebastian Vettel riparte dal pit stop a Suzuka
Sebastian Vettel riparte dal pit stop a Suzuka Ferrari

ROMA – Sebastian Vettel, quel pit stop proprio sul finale del Gran Premio del Giappone per montare le gomme morbide, che pure domenica gli è costato il podio, l'ha difeso: «Volevo fortemente il secondo posto – ha commentato a caldo – e penso che la nostra fosse la scelta giusta: purtroppo le gomme alla fine non hanno retto così come speravamo». Eppure, al di fuori della Ferrari, la decisione strategica del muretto rosso non l'ha capita proprio nessuno. A partire dai rivali della Red Bull, che ne sono stati i primi beneficiari: «Sebastian era in una situazione di vantaggio su Max a 19 giri dalla fine – ribatte il team principal delle Lattine, Christian Horner – Per questo siamo rimasti davvero sorpresi quando è passato alle gomme morbide. La Ferrari a Suzuka era più veloce di noi, grazie al suo motore, ma poi ha scelto una strada diversa, che alla fine ha favorito sia noi che Hamilton».

Tecnici terrorizzati
Se i diretti avversari, cavallerescamente, optano per un ironico sfottò, più pesanti sono invece le critiche di un ex con il dente avvelenato, Luca Baldisserri, storico ingegnere di macchina della Rossa vincente di Michael Schumacher: «Un’altra strategia Tafazzi per il muretto Ferrari», ha chiosato su Twitter. Per poi articolare meglio il suo pensiero sulle pagine del Corriere dello Sport: «A Suzuka per capitalizzare le buone prestazioni della macchina bisognava rendersi la vita semplice – sostiene l'ingegnere bolognese – non azzardare con gomme più prestazionali, che non era scontato che tenessero per 19 giri. Si è perso il podio pensando di riprendere Hamilton con le soft, sottovalutando il fatto che lui abbia il pulsantino con il surplus di potenza». Secondo Baldisserri, anche questo marchiano errore è sintomo dell'atmosfera tesissima che sta frenando il team: «Purtroppo né Marchionne né Arrivabene hanno esperienza di corse, una cultura che oggi il vertice della Scuderia ha perso: non sono più un team, ma un gruppo di persone spaventate. Lì dentro c’è un clima di terrore, i ragazzi non inventano, non decidono per la paura di essere allontanati con disonore».

Sbagliare è umano, perseverare diabolico
E dire che in Ferrari, dopo il disastro di Abu Dhabi 2010 quando proprio una scelta suicida dei box era costata il Mondiale a Fernando Alonso, il problema strategie era già stato affrontato e risolto: con la creazione del cosiddetto garage remoto a Maranello e con l'arrivo dello specialista Neil Martin proprio dalla Red Bull. Ma anche lui ha fatto la fine prospettata da Baldisserri, «allontanato con disonore», nell'ambito della profonda rivoluzione tecnica di fine 2014. Da allora, sul fronte tattico, si sono susseguiti soltanto disastri. Tre in una sola stagione: in Australia, quando l'incapacità di gestire l'ingresso della safety car costò il successo a Vettel; in Canada e a Singapore, dove rispettivamente Seb e Raikkonen hanno perso un podio a testa per la scelta di compiere un inutile pit stop in più. Errori gravi, ripetuti, addirittura imperdonabili, perché hanno fatto perdere ad una vettura indubbiamente nata male anche quelle poche e fortunose chance che avrebbe avuto di ottenere risultati pesanti.

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