11 aprile 2021
Aggiornato 20:00
Brasile 2014 | La finale

L'uomo del destino si chiama Mario Goetze

Nato il 3 giugno 1992 a Memmingen, Baviera del sud, a pochi chilometri dal confine austriaco, è il simbolo della nuova Germania multiculturale, multirazziale, nata dalla programmazione. E' lui che al 113' della finale Germania-Argentina mette il sigillo sulla quarta coppa del mondo tedesca.

RIO DE JANEIRO - L'uomo del destino si chiama Mario Goetze. Nato il 3 giugno 1992 a Memmingen, Baviera del sud, a pochi chilometri dal confine austriaco, è il simbolo della nuova Germania multiculturale, multirazziale, nata dalla programmazione. E' lui che al 113' della finale Germania-Argentina mette il sigillo sulla quarta coppa del mondo tedesca (1954, 1974, 1990, 2014). Iniziativa di Schurrle sulla sinistra, il trequartista del Bayern si getta dentro, stoppa e tira al volo: 1-0 quando tutti pensavano agli inevitabili calci di rigore.

Eppure l'Argentina le sue occasioni le ha avute: con Higuain, che ha spedito a lato, solo davanti al portiere; con Messi, che a inizio ripresa non ha inquadrato la porta; con Palacio, che ha alzato un pallonetto che meritava miglior fortuna. Mettere tre volte un giocatore solo davanti a Neuer e non segnare alla fine si paga. L'occasione d'oro della Germania è un palo al 45' e un paio di interventi di Romero. Ma è la notte dei tedeschi sotto gli occhi della cancelliera Angela Merkel. Tutti a prendere lezioni dal calcio, di programmazione del calcio.

Dopo il disastro dell'Europeo del 2000, fuori al primo turno da campione in carica, la Germania si rimboccò le maniche. Un ciclo era finito. La federazione impose ai club di Bundesliga di creare accademie calcistiche. I campioni li dovevano creare in casa.

Negli anni '90 in Germania conta solo la pazienza della ricostruzione; non arrivano i supercampioni, le stelle strapagate. In vista dei mondiali 2006 si costruiscono gli stadi. La legge fa il resto. Le società non possono chiudere in passivo. Un sistema di regole che ha prodotto vittorie di club, della nazionale, giocatori promettenti. Tra questi l'uomo del destino: Mario Goetze, gettato nella mischia al posto di Klose a due minuti dalla fine dei regolamentari. Faccia poco tedesca, molto da scugnizzo, irridente e irriverente. Un Mario anche in Germania, ma più costruttivo. Nel giorno della sua presentazione al Bayern si presentò con la maglia Nike quando lo sponsor dei bavaresi era Adidas. E fu multato. A chi lo paragonava a Messi Guardiola rispose: «Messi è di un altro livello. Il miglior giocatore della storia».

E invece la storia di Messi al mondiale parla di un atleta che non ha convinto fino in fondo, anche se la Fifa, forse una beffa, lo ha scelto come miglior giocatore del mondiale. L'immagine è il calcio di punizione al 119' sparato alto sulla traversa: ha guidato l'Argentina nelle prime partite, poi si è spento.

Maradona resta lì, anni luce lontano. Nella finale del Maracanà con 100mila argentini che rientrano in patria con la stessa amarezza per la quale avevano deriso i brasiliani, ha vinto la squadra più solida, quella che ha meritato di più nell'arco di tutta la competizione e che ha sfatato un tabù. Mai accaduto che un'europea vincesse in Sudamerica. Mai accaduto che tre squadre europee vincessero consecutivamente tre edizioni dei mondiali. L'appuntamento ora è a Russia 2018.