Alzheimer e vita familiare

Demenza e Alzheimer: i familiari devono assecondare le dichiarazioni del malato?

Marina Sozzi, presidente di Infine Onlus, spiega a Diario Salute TV come comportarsi di fronte a delle dichiarazioni non pertinenti tipiche dei malati di Alzheimer

Come dobbiamo comportarci quando un nostro parente malato di demenza ci chiede o ci dice delle cose che nel nostro sistema di riferimenti non hanno alcun significato? Questo è un fatto che accade frequentemente, nel senso che le persone malate di Alzheimer hanno dei riferimenti molto ridotti e ricordano solo poche cose – spiega Marina Sozzi, presidente di Infine Onlus. Talvolta pensano di essere in un altro tempo cronologico della loro vita, per esempio credono di essere ancora nella dimensione dell’infanzia. Come conseguenza fanno affermazioni relative a ciò che è il contesto dell’infanzia, piuttosto che quello che è quello della loro vecchiaia.

Quando si torna a casa?
«Un esempio tipico, molto ricorrente, di domande e affermazioni non congrue rispetto alla realtà, è quello del genitore che, nel momento in cui il figlio va a trovarlo – magari in una casa di cura – chiede «Quando andiamo a casa?». Ciò significa che non si rende conto di non avere più una casa dove tornare. Ma, ciò accade ancor di più quando il genitore in realtà è a casa ma non si rende conto di esserlo, ponendo la stessa domanda: quando andiamo a casa? Su tale argomento Michele Farina ha proprio scritto un libro intitolato ’’Quando andiamo a casa?’’, pieno di spunti e racconti sulle vicende dei malati di Alzheimer», continua Sozzi.

Come dobbiamo comportarci in questi casi?
«Come facciamo? Gli spieghiamo come stanno le cose o cerchiamo di assecondare ciò che è il suo pensiero del momento? Per rispondere a questa domanda che ci facciamo o che si pongono anche molti dei parenti che frequentano i gruppi di sostegno di Infine Onlus, occorre prima comprendere una cosa importante. Se per esempio un malato di Alzheimer non ha il dominio della propria mente, non bisogna pensare che non abbia neppure le emozioni relative al momento che sta vivendo. Le emozioni continuano a essere presenti e a fare completamente parte del mondo del malato.

Penetrare nel suo mondo
«Da questo punto di vista noi dobbiamo pensare sempre cercare di stare dentro il suo mondo senza farlo sentire completamente escluso da quello in cui viviamo noi. Dobbiamo però cercare di dare valore più a quello che lui sente rispetto a quello che è il significato delle parole che lui dice. Quindi, se noi per esempio, al posto di rispondere a tono alla domanda «quando andiamo a casa?», cerchiamo di capire qual è l’emozione che sta dietro, quindi qual è il disagio che lo porta a non considerare casa il luogo in cui si trova, sicuramente facciamo qualcosa di buono nell’integrazione del paziente nel nostro mondo. Perché l’esclusione aumenta il suo dolore: il dolore c’è, perché si avvertono le emozioni», conclude Sozzi.