6 dicembre 2019
Aggiornato 06:30
Malattie neurodegenerative

Scoperta shock: l’Alzheimer potrebbe essere trasmesso

Un nuovo studio rivela che la malattia di Alzheimer potrebbe essere trasmessa per mezzo di una trasfusione di sangue o un intervento chirurgico. Ecco come e perché

Trasfusione di sangue e Alzheimer
Trasfusione di sangue e Alzheimer Shutterstock

Ci sono malattie che è accertato e universalmente risaputo essere trasmissibili. Come per esempio le malattie infettive causate da batteri o virus. Ma ci sono malattie che non si ritiene – o non si è mai ritenuto – potessero essere trasmesse. È il caso della malattia di Alzheimer, una grave forma di demenza caratterizzata da un andamento degenerativo. Un nuovo studio tuttavia suggerisce che questa grave patologia possa anche essere trasmessa.

Le pratiche mediche incriminate

A favorire la possibilità di trasmissione delle patologie legate all’accumulo di proteina beta amiloide, come appunto l’Alzheimer, pare ci siano le pratiche mediche non sufficientemente accorte, ma anche le trasfusioni di sangue e gli interventi chirurgici. I casi accertati di patologie legati alla proteina beta-amiloide, come per esempio come l’angiopatia amiloide cerebrale (CAA), facevano capo a l’uso di campioni di ormone umano della crescita (c-hGH) contaminati ottenuti da cadavere. La tecnica, non più in uso dal 1985, è stata sostituita dall’ormone della crescita sintetico ottenuto con tecniche di ingegneria genetica.

La trasmissione delle patologie

A dimostrare che certe patologie, quelle legate alla beta amiloide si possono trasmettere sono stati i ricercatori dell’University College di Londra, della Harvard Medical School a Boston e del RIKEN Center for Brain Science a Hirosawa, in Giappone. Partendo dalle conclusioni di uno studio del 2015, che aveva rivelato come in alcuni pazienti che da piccoli avevano ricevuto una terapia a base di ormoni della crescita ricavati da cadavere, tra cui anche un lotto di ormoni ricavati da un paziente morto di malattia di Creutzfeldt-Jakob (CJD), si fosse verificata l’insorgenza precoce di una angiopatia amiloide cerebrale. Già al tempo, questa scoperta instillò il sospetto che anche la proteina amiloide dell’Alzheimer potesse comportarsi come un prione – tipico della malattia CJD. Da qui, l’idea che si potesse trasmettere da paziente a paziente per cause iatrogene, ovvero in seguito a procedure mediche o terapeutiche. Tuttavia, finora mancava la prova sperimentale di questo possibile collegamento.

Lo studio

La dott.ssa Silvia A. Purro e colleghi hanno condotto uno studio su modello animale al fine di dimostrare che le malattie legate alla proteina beta-amiloide possono essere trasmesse. Per far ciò, hanno somministrato ai topi alcune dosi di ormone della crescita umano contaminato proveniente da campioni dei lotti originali. I topi facevano parte di due distinti gruppi: topi normali e topi geneticamente modificati per esprimere una versione umana del gene della proteina precursore della proteina amiloide. Dall’analisi dei test, si è scoperto che nei topi geneticamente modificati si sono rapidamente sviluppati i primi segni di deposizione di proteina beta amiloide. Dopo 240 giorni dalla somministrazione dell’ormone si è poi anche sviluppata l’angiopatia amiloide cerebrale. Tutto ciò non si è verificato nei topi normali.

Le conclusioni

A conclusione dello studio, i ricercatori ritengono che le prove dimostrino come i lotti originali di c-hGH contenessero una proteina beta-amiloide capace di diffondere la patologia. Questa proteina è inoltre risultata molto stabile, visto che i lotti usati per lo studio risalivano agli anni Ottanta. Questi risultati, secondo gli autori, forniscono altresì una prova sperimentale a sostegno dell’ipotesi che la patologia da beta amiloide possa essere trasmessa agli esseri umani per mezzo di procedure mediche. Nonostante le prove, gli scienziati avvertono che al momento non vi è alcun indizio certo a sostegno della tesi che la malattia di Alzheimer sia di per sé una malattia contagiosa o trasmissibile attraverso trasfusioni di sangue. Il dubbio, a questo punto, tuttavia rimane - in attesa di nuove prove.

Riferimento: Silvia A. Purro, Mark A. Farrow, Jacqueline Linehan, Tamsin Nazari, David X. Thomas, Zhicheng Chen, David Mengel, Takashi Saito, Takaomi Saido, Peter Rudge, Sebastian Brandner, Dominic M. Walsh & John Collinge – ‘Transmission of amyloid-β protein pathology from cadaveric pituitary growth hormone’ - Nature.