21 luglio 2019
Aggiornato 05:00
Le diverse facce dell’insonnia

Trovati 5 tipi di insonnia diversi. Ecco cosa si rischia

Scienziati scoprono che esistono diversi tipi di insonnia, scatenati da differenti anomalie a livello cerebrale

I 5 tipi di insonnia
I 5 tipi di insonnia Shutterstock

Non uno, ma ben cinque tipi di insonnia diversi: è quanto emerso da un recente studio appena pubblicato su Lancet Psychiatry. Questo disturbo, in costante aumento nei paesi sviluppati, sembra infatti avere molte facce. Tuttavia, ormai ben si conoscono i risvolti negativi della mancanza di sonno: riduzione delle difese immunitarie, aumento del rischio di cancro, malumore, alterazioni ormonali, malattie cardiovascolari e disturbi metabolici. Ora, però, gli scienziati hanno trovato un ulteriore tassello alla comprensione dell’insonnia. Ecco di cosa si tratta.

L’insonnia non è una (singola) malattia

Grazie al lavoro condotto in collaborazione con migliaia di volontari, la dottoressa Tessa Blanken dell'Istituto olandese di neuroscienze sembra essere riuscita a comprendere il motivo per cui la ricerca ha fallito tanti anni nello studio dell’insonnia. «Anche se abbiamo sempre considerato l'insonnia come un disturbo, esso rappresenta in realtà cinque diversi disturbi. I meccanismi cerebrali sottostanti possono essere molto diversi. Per capire meglio: i progressi nella nostra comprensione della demenza sono andati avanti solo dopo essersi resi conto che esistono diversi tipi, come l'Alzheimer - demenza vascolare e temporale frontale», spiega Blanken.

Cinque tipi di insonnia

Il team di ricerca è rimasto stupito quando si è reso conto che i cinque tipi di insonnia non erano poi così diversi da tutti gli altri disturbi del sonno come, per esempio, la difficoltà ad addormentarsi o il risveglio anticipato. Per arrivare a comprendere i sotto tipi dei disturbi del sonno, il gruppo di Blanken hanno preso in esame dozzine e dozzine di questionari relativi ai tratti di personalità noti per essere associati a particolari strutture o funzioni cerebrali. Il tipo 1, dunque,  aveva punteggi elevati per quanto riguarda l’angoscia, la nevrosi, la tensione o il sentirsi giù. I tipi 2 e 3, invece, non soffrivano tanto di angoscia ma aveva un’elevata (o una ridotta) sensibilità al meccanismo di ricompensa del cervello. Il 4 e il 5, infine, raramente stavano male a livello di umore, ma il loro sonno sembrava rispondere negativamente a eventi stressanti.

L’insonnia dopo cinque anni di studio

Gli scienziati, per completare la loro ricerca, hanno condotto test simili sugli stessi pazienti dopo cinque anni e hanno scoperto che quasi tutto avevano mantenuto il loro tipo di insonnia. Anche la sottotipizzazione era anche clinicamente rilevante. Questo spiega il motivo per cui l’efficacia del trattamento con i sonniferi funziona solo su qualche paziente o, in alcune persone, causi grave depressione mentre in altre no. Grazie alla sottotipizzazione, invece, si potrà trovare qualche soluzione anche nella prevenzione della depressione, modificando la terapia i soggetti che rischiano di più (i tipi 1 e 2).