16 novembre 2018
Aggiornato 00:30

Tumore al seno: troppi grassi nella dieta aumentano le ricadute

Bastano pochi minuti di attività fisica a settimana per ridurre del 25% la mortalità nelle donne con diagnosi di cancro al seno. Tuttavia, una dieta squilibrata aumenta del 24% il rischio di recidive
Cancro del seno
Cancro del seno (Billion Photos | shutterstock.com)

Gli esperti oncologi dell’AIOM sono concordi, una dieta troppo ricca di grassi aumenta fino al 24% il rischio di recidiva del tumore della mammella. I numeri confermano il ruolo degli stili di vita sani nella cosiddetta prevenzione terziaria, ovvero quella condizione che mira a evitare il ritorno della malattia.

Dieta e attività fisica
Se un certo tipo di grassi può essere deleterio in questi casi, anche ingrassare di 5 Kg, poi, può incrementare fino al 13% la mortalità per la neoplasia. Ma non solo è fondamentale la dieta, lo è anche l’attività fisica: bastano infatti 150 minuti di attività settimana, come per esempio una camminata veloce o del giardinaggio, per ridurre del 25% la mortalità per cancro al seno, rispetto alle sedentarie, nelle pazienti che hanno già ricevuto la diagnosi. Attenzione, infine, anche al fumo di sigaretta. Le donne che hanno abbandonato questa pericolosa abitudine ma che in passato hanno fumato da 20 a 35 sigarette presentano un rischio di ricomparsa di carcinoma della mammella del 22%, del 37% per le fumatrici di più di 35 sigarette e, addirittura, del 41% per coloro che non hanno mai smesso.

Le donne che sconfiggono la malattia
«Oggi sempre più donne sconfiggono la malattia, in Italia in quindici anni le percentuali di guarigione sono cresciute di circa il 6%, passando dall’81 all’87 per cento – dichiara in una nota AIOM Stefania Gori, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar – Pazienti che si lasciano la malattia alle spalle e tornano alla vita di prima, spesso senza abbandonare i comportamenti scorretti, dal fumo, alla sedentarietà fino alla dieta sbagliata. Infatti, solo l’11% delle donne guarite incrementa l’attività fisica, e appena il 15% sceglie una dieta più sana».

Un convegno dedicato
Ai traguardi raggiunti e alle nuove sfide nella cura del carcinoma mammario l’AIOM dedica un convegno nazionale che si apre oggi a Roma. «Nel 2018 nel nostro Paese sono stati stimati 52.800 nuovi casi di questa neoplasia, in assoluto la più frequente – aggiunge la Presidente Gori – E circa 800mila donne vivono dopo la diagnosi. Serve più impegno nella prevenzione terziaria. Da un lato più della metà degli oncologi non parla con le pazienti di questi aspetti, dall’altro i cittadini hanno scarsa consapevolezza dell’importanza degli stili di vita corretti. La mancata adesione a queste semplici regole (attività fisica costante, dieta equilibrata, no al fumo) rischia di vanificare gli importanti risultati ottenuti grazie alle campagne di prevenzione e a terapie innovative sempre più efficaci».

Il serio rischio di recidiva
«Ingrassare dopo la diagnosi di cancro della mammella e durante le terapie successive è strettamente correlato al rischio di recidiva, un fenomeno legato all’incremento dei livelli di insulina – spiega Alessandra Fabi dell’Oncologia Medica 1 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma – Uno studio su più di 3.000 pazienti ha evidenziato che l’assunzione eccessiva di grassi è correlata con un incremento del 24% del rischio di recidiva. Nella dieta di queste donne, l’introito calorico quotidiano era rappresentato per più del 28% da grassi di origine vegetale e animale. La ricerca ha dimostrato l’efficacia dei consigli dei medici per modificare il tipo di alimentazione, con i migliori risultati nelle donne che presentavano una circonferenza addominale superiore a 88 cm».

Il ruolo dell’attività fisica
Evidente anche il ruolo dell’attività fisica. «Uno studio osservazionale, condotto in Italia dall’Istituto Regina Elena – continua Alessandra Fabi – ha considerato pazienti che praticavano il dragon boat, cioè un particolare tipo di pagaiata. In questo gruppo l’incidenza del linfedema, cioè del gonfiore del braccio, era solo del 4%, con un netto miglioramento dello stato emotivo. È la dimostrazione dell’impatto dell’attività sportiva su uno dei più frequenti effetti collaterali a lungo termine delle terapie».

Prognosi migliorate
La prognosi del tumore della mammella, anche quando associata alla presenza di metastasi, è migliorata negli anni, grazie ai progressi nella conoscenza della malattia e alla disponibilità di nuovi trattamenti: non è raro, infatti, trovare pazienti con malattia metastatica vive anche oltre 10 anni dalla diagnosi. Si distinguono tre sottogruppi di tumori mammari: con recettori ormonali positivi (cioè con positività dei recettori per gli estrogeni e/o per il progesterone); HER2-positivi (in cui è presente la proteina HER-2 in quantità eccessiva) e triplo negativi (che non esprimono i recettori ormonali né iperesprimono il recettore HER2).
«Oggi abbiamo molte armi a disposizione per combattere la malattia, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia – sottolinea la Presidente Gori – Nei tumori HER2-positivi, grazie alla presenza di terapie mirate che interferiscono specificamente bloccando il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche sia nelle forme metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico. Nelle forme metastatiche, i farmaci anti-HER2, associati alla chemioterapia o all’ormonoterapia, determinano una sopravvivenza delle pazienti molto più lunga che in passato. E si sono registrati continui progressi. Infatti, mentre agli inizi degli anni Duemila il 50% delle pazienti metastatiche con tumori HER2-positivi sopravviveva oltre 25 mesi con la somministrazione di chemioterapia associata ad un solo anticorpo anti-HER2, oggi i risultati delle sperimentazioni cliniche ci dicono che il 50% delle pazienti metastatiche sopravvive oltre i 4 anni, con l’utilizzo di chemioterapia associata a due anticorpi monoclonali. Recentemente – prosegue l’esperta – sono state introdotte nella pratica clinica terapie mirate con inibitori di CDK4/6, una nuova classe di farmaci in grado di inibire due proteine coinvolte nella replicazione delle cellule tumorali. La combinazione di queste molecole con la terapia ormonale rappresenta una nuova opzione di trattamento per le pazienti con carcinoma mammario avanzato e recettori ormonali positivi ed HER2-negativo».

Le nuove sfide
Nell’immediato le sfide riguardano i casi di tumore del seno più difficili da trattare: quelli triplo negativi, che costituiscono il 15% del totale. «Importanti in questi casi le prospettive offerte dall’immunoterapia in combinazione con la chemioterapia– conclude Stefania Gori – L’associazione si è dimostrata efficace portando a un aumento di sopravvivenza quasi doppio rispetto alle donne trattate con la sola chemioterapia, come evidenziato da uno studio presentato al recente congresso della Società Europea di Oncologia Medica».