15 dicembre 2018
Aggiornato 09:30

Screening per i tumori: a volte è meglio non farli. Si rischiano danni per la salute

Una revisione della US Preventive Services Task Force ha messo in evidenza come alcuni tipi di screening possono essere più dannosi che utili. Ecco perché
Alcuni scrrening contro il cancro sono pericolosi
Alcuni scrrening contro il cancro sono pericolosi (Hanna Kuprevich | Shutterstock)

Il cancro è una delle malattie più silenziose e quando il nostro organismo comincia a manifestare alcuni sintomi, in genere, è già troppo tardi. Il che significa che la malattia si sta diffondendo a macchia d’olio su tutto il corpo. Per questo motivo spesso si consiglia di effettuare degli screening: lo scopo è quello di rilevare eventuali cellule cancerose allo stadio iniziale e intervenire tempestivamente. Tuttavia, una recente revisione scientifica ha messo in evidenza che alcuni metodi di screening potrebbero essere dannosi e quindi andrebbero evitati qualora il soggetto non accusasse nessun sintomo.

Benefici e rischi
A lanciare l’allarme di recente è stata la US Preventive Services Task Force (USPSTF), la quale ha effettuato una revisione riguardante il rapporto rischio/beneficio relativo agli screening contro il cancro. Al momento, l’indagine si è concentrata sullo screening per il carcinoma ovarico e dai risultati è emerso che le donne asintomatiche-  o che non sono a rischio - non dovrebbero eseguire tale test.

Prove insufficienti
La decisione deriverebbe dal fatto che non ci sono prove sufficiente che i test di prevenzione riducano in qualche modo la mortalità dal cancro. Ma non solo: sembra anche che le donne, in alcuni casi, possano assistere alla comparsa di danni spesso legati a interventi non necessari. I danni in questione sono stati classificati come moderati o sostanziali e potrebbero in parte derivare dai risultati errati ottenuti con test di screening. Pare infatti che molte donne siano state sottoposte a intervento chirurgico senza che vi sia stata una reale necessità.

I danni superano i benefici
A detta della US Preventive Services Task Force, i danni derivanti dallo screening per il carcinoma ovarico supererebbero benefici. Quindi, in due parole, il rapporto rischio/beneficio risulta essere negativo.

La vita reale non è uno studio scientifico
Scienziati e case farmaceutiche, prima di mettere in commercio un farmaco, devono condurre numerosi studi scientifici che ne garantiscano l’efficacia e la sicurezza. Tuttavia, pazienti e medici sanno che benissimo che la vita reale è totalmente differente perché ogni caso è un caso a sè e spesso emergono fatti mai evidenziati durante la ricerca. Proprio in questi giorni si sta parlando di questo argomento presso il Congresso europeo di oncologia (ESMO), che si tiene a Monaco di Baviera. In tale sede sono stati presentati diversi studi attraverso un nuovo approccio, denominato, appunto, real life.

Criteri meno rigidi
«Negli studi di tipo real life ci sono criteri di inclusione meno rigidi e si va a vedere ciò che accade davvero nella pratica clinica. La vita reale è diversa rispetto a quei pazienti dei trial ufficiali, che hanno criteri stringenti. Gli studi registrativi dei farmaci includono il 3% della popolazione che si vede in realtà negli ospedali, quindi una popolazione molto selezionata. Con le ricerche in 'real life' vogliamo ribaltare questa proporzione e avere una risposta chiara su tutti, a prescindere da variabili come l'età o malattie concomitanti», spiega il professor Sandro Pignata, direttore dell'Unità di oncologia medica uroginecologica, presso l'Istituto Tumori Fondazione Pascale di Napoli.

Uno studio prospettico
Fa parte della sperimentazione real life anche una nuova molecola chiamata Trabectedina e progettata proprio per colpire il tumore all’ovaio. Questa viene utilizzata in combinazione con la doxorubicina liposomale pegilata (PLD) nei pazienti platino-sensibili. Lo studio ha coinvolto 224 pazienti in real life appartenenti a 50 centri europei e ben 28 infrastrutture della nostra penisola (Milano, Napoli, Torino, Bari, Brindisi).

Risultati positivi
«I risultati sono positivi soprattutto per due motivi. Sia per l'efficacia paragonabile se non migliore rispetto agli studi che hanno portato alla registrazione del farmaco sia per l'inclusione di pazienti in più linee di trattamento. Significa che nel tempo è migliorata la pratica clinica e la gestione della terapia e dei pazienti. Molti continuano la cura senza problemi, poiché sono stati minimizzati anche gli eventuali effetti collaterali», conclude Pignata.