23 settembre 2019
Aggiornato 09:00
Alzheimer e virus

Alzheimer: e se la causa fosse l’herpes?

Scienziati dell’Icahn School of Medicine hanno rilevato il virus dell’herpes nel cervello dei pazienti affetti da Alzheimer. Il patogeno causa mutazioni genetiche collegate alla malattia?

E se la causa dell'Alzheimer risiedesse in un virus?
E se la causa dell'Alzheimer risiedesse in un virus? Shutterstock

L’Alzheimer è una delle malattie più temibili e maggiormente studiate. Nonostante siano state fatte numerose ricerche e ipotesi, tuttavia, molti scienziati ancora brancolano nel buio per quanto concerne la causa. Tuttavia, un nuovo studio potrebbe finalmente aver trovato quel collegamento mancante che tutti cercavamo da tempo: un virus. A essere sotto accusa, questa volta, sarebbe un particolare tipo di virus che tutti conosciamo molto bene: l’herpes.

Sfida alle teorie convenzionali
Quella che hanno proposto alcuni scienziati di new York è una vera e propria sfida alle teorie tradizionali: non è colpa dell’alimentazione né dello stile di vita. A causare l’Alzheimer potrebbe essere un virus che viaggia indisturbato nel nostro cervello. E non si tratta solo di teorie campate in aria da di un’attenta analisi effettuata sul tessuto cerebrale di centinaia di persone.

Due ceppi di virus
Grazie ai test effettuati dagli studiosi, ci sarebbero due ceppi dell’herpes direttamente collegati con l’Alzheimer. Questi sarebbero stati particolarmente abbondanti nelle persone affette dalla malattia fin dallo stadio iniziale, al contrario del gruppo di controllo. «I genomi virali erano rilevabili nel 30% dei cervelli dei soggetti affetti da Alzheimer e praticamente non rilevabili nel gruppo di controllo», ha dichiarato Sam Gandy, professore presso la Icahn School of Medicine del Monte Sinai. Ora la domanda che si pongono gli scienziati è questa: è il virus che scatena la malattia o sono le persone che hanno l’Alzheimer a essere particolarmente vulnerabili a questo genere di infezioni?

Controlla alcuni geni?
Il team di Gandy ipotizza che il virus dell’herpes presente nel cervello delle persone potrebbe influenzare l’attività di molti geni collegati alla malattia. E’ importante sottolineare che inizialmente il lavoro degli scienziati mirava a reperire geni insolitamente attivi nei pazienti con Alzheimer. Durante l’analisi del tessuto cerebrale, però, non sono state riscontrate evidenze significative in geni umani ma solo in geni appartenenti a virus dell’herpes (HHV6A e HHV7). Per questo motivo la loro ricerca ha preso una strada completamente differente. «Non siamo andati alla ricerca di virus, ma i virus ci hanno urlato contro», racconta Ben Readhead, assistente professore presso l'Arizona State University.

Pericolo per chi ha l’herpes labiale?
È importante sottolineare che i virus rilevati durante lo studio non sono gli stessi che causano l'herpes labiale. Tuttavia, si tratta di una forma molto più comune di herpes che molta gente ha senza accorgersene. Questo, comunque, non significa che chi ha l’Alzheimer possa in qualche modo contagiare un’altra persona dal virus. Gli studi sono ancora all’inizio e devono perciò essere interpretati con cautela.

Scetticismo
Inutile dire che inizialmente i ricercatori erano molto scettici riguardo i risultati ottenuti, quindi hanno deciso di ripetere l’esperimento analizzando tessuti provenienti da diverse banche del cervello. In totale sono stati posti sotto esame 622 tessuti cerebrali di persone affette da Alzheimer e 322 di soggetti sani. «Abbiamo cercato di essere prudenti nella nostra interpretazione e abbiamo replicato i risultati in tre diverse banche del cervello, ma dobbiamo almeno riconoscere che questi cervelli malati stanno trasportando questi genomi virali», spiega Readhead.

Virus e Alzheimer
«Studi precedenti hanno suggerito che i virus potrebbero essere collegati all'Alzheimer, ma questa analisi dettagliata del tessuto cerebrale umano porta questa ricerca ulteriormente avanti, indicando una relazione tra i virus e l'attività dei geni coinvolti nell'Alzheimer, così come i cambiamenti cerebrali, i segnali molecolari, e sintomi associati alla malattia», ha dichiarato David Reynolds, responsabile scientifico dell'Alzheimer's Research Uk. «Mentre questi risultati aprono potenzialmente la porta a nuove opzioni terapeutiche da esplorare in una malattia in cui abbiamo avuto centinaia di studi falliti, non cambiano nulla si ciò che conosciamo sul rischio e la suscettibilità della malattia di Alzheimer o la nostra capacità di trattare la malattia al momento», conclude Gandy.