17 luglio 2019
Aggiornato 00:00
Infezioni e rischi

HIV, c’è un nuovo gruppo di persone a rischio

Un nuovo studio sull’HIV e Aids rivela che c’è un nuovo gruppo di uomini a rischio di infezione

Hiv e infezioni nei gruppi a rischio
Hiv e infezioni nei gruppi a rischio Shutterstock

REGNO UNITO – I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno identificato un nuovo gruppo di uomini che sono a rischio HIV, perché possono sottostimarlo. Per cui, secondo gli autori dello studio, si rende necessario che i messaggi sulla salute pubblica, atti a sensibilizzare al problema e alla prevenzione, dovrebbero essere mirati specificamente a questo gruppo che è risultato trascurato.

Il gruppo
A essere stato identificato e ritenuto a rischio è un nuovo gruppo di uomini che fanno sesso con altri uomini (MSM) che, tuttavia, non sono aperti circa la loro sessualità. Questi soggetti, secondo lo studio, tendono a mescolarsi e ad acquisire l’infezione gli uni dagli altri e non da uomini apertamente gay. Questo sottobosco di soggetti a rischio è estremamente difficile da identificare, poiché è improbabile che si mescolino negli stessi luoghi sociali degli omosessuali e non è probabile che rivelino di avere rapporti sessuali con altri uomini, riporta lo studio.

La paura che frena
Secondo i ricercatori, la paura della stigmatizzazione, del rifiuto o del pregiudizio può fermare questo gruppo, che include uomini bisessuali e non identificati con i gay, dal rivelare la propria sessualità. Per questo motivo, questi stessi soggetti è meno probabile ricevano messaggi di prevenzione e che possano accedere alla stessa assistenza sanitaria degli altri e, di conseguenza, potrebbero essere meno consapevoli del proprio rischio d’infezione da HIV.

Lo studio
Per individuare questo nuovo gruppo di soggetti a rischio, i ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno preso in esame un archivio nazionale di dati anonimi al fine di studiare i modelli di trasmissione dell’HIV. Dopo di che, hanno analizzato il codice genetico dei campioni di virus da più di 60mila persone sieropositive nel Regno Unito. Poiché l’informazione genetica del virus cambia rapidamente nel tempo, trovando persone il cui virus era più simile, gli scienziati sono stati in grado di creare reti di infezioni collegate per vedere come il virus si era diffuso.

I risultati
Un precedente lavoro dello stesso team di scienziati aveva suggerito che il 6% degli uomini che affermavano di essere eterosessuali al momento della diagnosi, si erano in realtà infettati attraverso il sesso con altri uomini, e non con donne. I risultati di questo nuovo studio, pubblicati su The Lancet HIV, hanno invece rilevato che il gruppo di uomini ora identificati tende ad avere un minor numero di partner sessuali e preferisce collaborare l’uno con l’altro, comportamento che potrebbe portare a sottostimare il rischio. Allo stato attuale, tuttavia, ci sono poche prove che questi soggetti diffondano l’infezione a uomini apertamente omosessuali o donne eterosessuali.

L’importanza di identificarlo in tempo
Come ormai risaputo, l’HIV attacca il sistema immunitario del corpo e, se non trattato, rende difficile combattere le infezioni che ne conseguono – che in molti casi degenerano nell’AIDS. Pertanto, la diagnosi precoce e l’accesso a trattamenti efficaci consentono una vita quasi normale e impediscono la successiva trasmissione del virus. Gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) sono il gruppo più a rischio di contrarre l’HIV e rappresentano la metà di quelli che convivono con il virus nel Regno Unito. Però, tendono a essere identificati, ottenere una diagnosi e ricevere cure fin nelle prime fasi della malattia. Al contrario, i maschi eterosessuali rimangono il gruppo con meno probabilità di visitare le cliniche di salute sessuale e vengono spesso diagnosticati in ritardo, quando il loro sistema immunitario è già stato danneggiato.

Più a rischio
«Gli uomini non-separati che hanno rapporti sessuali con uomini hanno maggiori probabilità di essere contagiati l’uno dall’altro che da uomini apertamente gay – ha spiegato il professor Andrew Leigh Brown, della School of Biological Sciences e principale autore dello studio – e hanno meno probabilità di essere consapevoli dei loro rischi. Il risultato [dello studio] mostra che i messaggi sulla salute pubblica dovrebbero essere mirati specificamente a questo gruppo trascurato e mostra anche che studi su vasta scala con dati sanitari possono essere effettuati senza rischi per la privacy individuale».