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L’Alzheimer preferisce le donne

Un nuovo studio dimostra che c’è una maggiore prevalenza della malattia di Alzheimer tra le donne rispetto agli uomini. Ecco perché

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Alzheimer (Photographee.eu | shutterstock.com)

NASHVILLE – I ricercatori del Vanderbilt Memory and Alzheimer Center a Nashville (Tennessee) hanno aggiunto una solida evidenza che la malattia di Alzheimer predilige le donne rispetto agli uomini. Dietro a questa prevalenza di casi nel mondo femminile, secondo gli autori, deriverebbe dal gene APOE – il più forte fattore di rischio genetico per l’Alzheimer – che potrebbe svolgere un ruolo più importante nello sviluppo della malattia tra le donne rispetto agli uomini.

La longevità non c’entra
Una delle ipotesi per cui vi era una prevalenza della malattia di Alzheimer tra le donne era che queste, in media, sono più longeve degli uomini. Tuttavia, il nuovo studio conferma che vi è una maggiore corrispondenza tra la malattia, le donne e l’allele APOE ε4 rispetto agli uomini. Questa scoperto ha permesso di compiere un passo avanti valutando la sua associazione con i livelli di amiloide e tau. Ecco pertanto che l’incidenza dell’Alzheimer tra le donne non è un fatto di aspettativa di vita maggiore.

Lo studio
Il prof. Timothy J. Hohman e colleghi hanno condotto una meta-analisi su campioni di liquido spinale cerebrale (CSF) di volontari estrapolati da quattro serie di database e da risultati di autopsie provenienti da 6 serie di database di cervelli di malati di Alzheimer. L’analisi ha fornito la prova più solida che il gene APOE possa svolgere un ruolo più importante nelle donne rispetto agli uomini nello sviluppo della patologia di Alzheimer. «Nella malattia di Alzheimer, non abbiamo fatto abbastanza per valutare se il sesso sia o meno un fattore che contribuisce alla neuropatologia – ha spiegato il prof. Hohman, neurologo e principale autore dello studio – Non abbiamo valutato completamente il sesso come variabile biologica, ma ci sono buone ragioni per aspettarsi nell’età adulta più anziana che ci siano differenze ormonali tra i sessi che potrebbero avere un impatto sulla malattia».

L’associazione gene e amiloide
Nello specifico, lo studio ha preso in esame se l’APOE in uomini e donne fosse principalmente associato al percorso delle proteine amiloidi che formano la nota placca beta-amiloide nel cervello o con il percorso tau – le proteine ​​che formano grovigli nel cervello. L’associazione con il percorso dell’amiloide era la stessa negli uomini e nelle donne. Tuttavia, l’associazione APOE era molto più grande per le donne che presentavano il percorso tau. Questo è l’opposto di ciò che i ricercatori si aspettavano a causa del ruolo stabilito dell’APOE nell’elaborazione dell’amiloide, riporta una nota del Centro Vanderbilt. «L’ipotesi prevalente nella malattia nell’Alzheimer è che l’amiloide viene in prima linea e a valle è dove vediamo i cambiamenti tau che alla fine guidano i cambiamenti neurodegenerativi», ha sottolineato Hohman.

Differenze di genere e livelli Tau
Ulteriori analisi hanno rivelato che la differenza di genere sessuale con i livelli di tau era presente negli individui positivi all’amiloide, ossia quelli con livelli più alti di placca amiloide come determinato dai loro livelli di amiloide CSF. La ricerca suggerisce che l’APOE può modulare il rischio di neurodegenerazione in un modo specifico a seconda del sesso, in particolare in presenza di amiloidosi. La maggiore associazione con tau si è verificata in campioni CSF, ma non con i set di dati dell’autopsia. La ragione della contraddizione tra campioni di CSF e i dataset dell’autopsia potrebbe essere dovuta alla stadiazione di Braak – il metodo per quantificare il grado di patologia dei grovigli tau all’autopsia – che misura un aspetto diverso della patologia tau rispetto a ciò che viene misurato nel QCS, sottolinea la nota del Vanderbilt. «Il modo in cui la stadiazione di Braak funziona è che stai effettivamente osservando dove sono i grovigli nella corteccia – ha precisato Hohman – Quindi non è una misura di quanti grovigli ci sono, ma è una misura di dove si trovano quei grovigli». Un’altra possibilità è che il tau del CSF possa essere un indicatore di un processo neurodegenerativo più generale che non è specifico per la patologia del groviglio.
«Questo studio sta indirizzando la ricerca a portare il sesso come variabile biologica nelle nostre analisi e a pensare alle differenze tra i sessi. Osservare differenze nella malattia potrebbero dirci qualcosa sulla biologia della malattia e potrebbero aiutare entrambi i sessi in termini di approcci di trattamento? Penso che il giusto approccio terapeutico per una donna di età superiore ai 65 anni possa finire per essere diverso da quello che è per un maschio. In realtà l’unico modo per scoprirlo è guardare», conclude Hohman.