Salute | Alzheimer

Alzheimer, scienziati israeliani hanno creato il vaccino

Testato con successo su modello animale, è in arrivo il vaccino contro l’Alzheimer, che attacca la proteina beta amiloide

Vaccino
Vaccino (Luiscar74 | shutterstock.com)

ISRAELE – Gli scienziati israeliano hanno sviluppato un vaccino che potrebbe rivelarsi un reale cura contro la malattia di Alzheimer, agendo contro la devastante proteine beta amiloide. Al momento, il vaccino è stato testato su modello animale, e ha dimostrato di essere efficace.

Una malattia senza cura
La malattia di Alzheimer e a tutt’oggi senza cura. Una situazione drammatica, se si considera che è in costante aumento. Secondo le stime, l’Alzheimer colpisce circa 47 milioni di persone in tutto il mondo. Partendo da questa constatazione, il dott. Eitan Okun e i suoi colleghi hanno deciso per un approccio proattivo, sviluppando un vaccino contro questa devastante malattia.

I vaccini
Come risaputo, la maggior parte dei vaccini agisce stimolando la risposta immunitaria verso un agente patogeno indebolito iniettato attraverso la vaccinazione. Il principio è quello di aumentare la capacità del sistema immunitario di combattere poi il vero agente patogeno. A differenza dei classici vaccini, quello ideato dal prof. Eitan Okun attiva il corpo per attaccare gli accumuli di proteina beta-amiloide nel cervello, che è uno dei marcatori caratteristici della malattia di Alzheimer.

Grandi promesse
I primi esperimenti e test condotti su topi progettati per simulare la sindrome di Down, presso il laboratorio di ricerca Paul E. Feder Alzheimer di Okun all'Università Bar-Ilan di Ramat Gan (Israele), hanno mostrato grandi promesse. Compiuto questo passo, il prossimo sarà quello di condurre dei trial clinici, ossia sull’uomo, in persone a rischio di Alzheimer che siano al di sotto dei 50 anni e, in particolare, coloro che sono geneticamente predisposti alla malattia e chi soffre della Sindrome di Down. «Questi studi critici – spiega il prof. Okun – determineranno se il vaccino funziona effettivamente negli esseri umani». Il professore e i suoi colleghi stanno nel frattempo anche indagando sul motivo per cui le persone con sindrome di Down sono più inclini a sviluppare l'Alzheimer.

Le previsioni
Ma quando potrà essere disponibile questo promettente vaccino? «A seconda del tasso di successo e degli effetti collaterali dei test [umani] – sottolinea Okun – saremo in grado di sapere quanto tempo è necessario per rendere il vaccino disponibile su scala globale. Sono convinto che un approccio vaccinale sia la via da seguire per le malattie neurodegenerative».

Monitorare l’effetto
Secondo quanto riportato in un comunicato, il prof. Okun e colleghi stanno anche studiando nuovi modi per diagnosticare la malattia di Alzheimer sfruttando le più recenti e accurate tecniche di risonanza magnetica, e per rilevare i primi segni di ammassi di proteine ​​amiloidi nel cervello. «I miei ricercatori e io stavamo cercando di elaborare una proteina che potesse entrare nel flusso sanguigno, passare attraverso la barriera emato-encefalica, legarsi agli amiloidi e quindi essere visibile in una risonanza magnetica – fa notare il ricercatore – Sono sempre alla ricerca di nuovi modi per attaccare questa malattia. Non sono mai stato più ottimista riguardo alla prevenzione della malattia».

Agire per tempo
L’obiettivo del vaccino è quello di agire prima che la malattia agisca e renda impossibile una guarigione. Ecco perché la tecnica si configura come un trattamento preventivo. «Nel nostro laboratorio – prosegue Okun – utilizziamo tecniche multidisciplinari per perseguire due obiettivi: identificare i meccanismi neurali associati a un lieve danno cognitivo e, allo stesso tempo, cercare segnali che consentano ai medici di identificare i pazienti a rischio, in modo che possano ricevere trattamento preventivo per la demenza prima che sia troppo tardi». I ricercatori stanno anche studiando i modi per prevenire e diagnosticare meglio altre condizioni neurologiche, come la malattia di Parkinson. «Attualmente non esiste una cura per le malattie neurodegenerative come l'Alzheimer e il Parkinson, e la scienza medica può solo identificare tali condizioni in modo comportamentale, attraverso i sintomi che indicano che il tessuto cerebrale è già stato distrutto – conclude il prof. Okun – La nostra sfida è trovare gli indizi in biologia molecolare e biochimica del cervello che indichino che c'è un problema, e ci darebbe anche possibili obiettivi per l'intervento precoce con il farmaco».