9 agosto 2020
Aggiornato 18:30
Sentire poco può accelerare il declino cognitivo

I problemi di udito aumentano seriamente il rischio di demenza

C'è una correlazione tra l'udito e il corretto funzionamento delle funzioni cerebrali. I problemi di udito sono stati associati alla demenza

Udito e demenza
Udito e demenza Shutterstock

ROMA – C'è una correlazione tra i problemi di udito, il sentire poco e la demenza? Secondo gli esperti del Policlinico Tor Vergata di Roma sì. Il problema è che quando vi sono problemi di udito, pare si utilizzino meno o per nulla alcune aree del cervello. Questo farebbe sì che si acceleri il declino cognitivo, con la possibilità dunque di sviluppare la demenza.

Il cervello invecchia prima
Il calo dell'udito può quindi essere uno dei responsabili di un invecchiamento precoce del cervello. Ma può anche esserci una relazione inversa, ossia un progressivo calo delle capacità cognitive, dovute al passare degli anni, può influenzare la capacità di sentire. Pare vi sia inoltre una correlazione tra il calo o l'assenza di stimoli sonori e l'utilizzo di alcune aree cerebrali – che in questo caso si 'atrofizzano'. «Tutto quello che noi sentiamo nell’ambiente esterno viene elaborato dal cervello provocando emozioni, infatti una delle manifestazioni delle malattie neurodegenerative è la perdita dell’emotività – spiega il professor Stefano Di Girolamo, Responsabile della UOSD Audiologia al Policlinico Tor Vergata di Roma – Va da sé dire quindi che quando noi diminuiamo la capacità di ascoltare diminuiamo anche la funzionalità cerebrale perché molte zone del cervello vengono attivate in maniera ridotta. Alcuni recenti studi funzionali rilevano come una perdita di udito importante altera le condizioni a livello cerebrale. In particolare, la perdita dell’udito maggiore di 25 decibel espone al rischio concreto di sviluppare una demenza. Se notiamo, però, nella popolazione a cominciare dai 65-70 anni la perdita di udito supera la soglia i 25 decibel».

I problemi di udito sono in aumento in Italia
Le stime, in Italia, parlano di circa 8 milioni di ipoacusici, ossia persone che non hanno perso del tutto l’udito, ma iniziano hanno difficoltà ad afferrare i suoni, perdendo a mano a mano il contatto con chi sta loro intorno. Il numero di persone con problemi di udito è in continua crescita, anche perché si dice che la vita media sia aumentata. Ma al di là delle difficoltà uditive e di relazione, poter sentire meglio diviene dunque anche un problema di funzioni cognitive. «Una pronta correzione dell’ipoacusia risulta determinante nella riduzione dell’incidenza delle patologie secondarie – spiega Di Girolamo – e rappresenta una vera sfida alla quale sia i medici audiologi sia gli audioprotesisti devono confrontarsi quotidianamente durante le due fasi del percorso riabilitativo: la prima legata alla diagnosi e la seconda caratterizzata dall’adattamento protesico».
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha rilevato che sono 360 milioni le persone che nel mondo convivono oggi con un calo dell’udito e 47 milioni con una forma di demenza.

Si riducono significativamente le funzioni cognitive
«Il deficit uditivo – sottolinea Di Girolamo – può ridurre, anche di oltre il 30%, l’efficienza di altre abilità cognitive aumentando il rischio di una precoce compromissione di funzioni come l’attenzione, la memoria e le capacità strategico-esecutive. Un calo dell’udito è associato a un aumento di oltre 3 volte la probabilità di sviluppare una forma di demenza, mentre in 3 pazienti con un deficit cognitivo su 4 si registra anche un disturbo dell’udito. Prevenire il decadimento cognitivo con la cura dell’udito è quindi una necessità se si vogliono ridurre i costi della sanità e del welfare».