7 giugno 2020
Aggiornato 03:00
Bambini e quoziente intellettivo

I bambini che vanno all’asilo sono meno intelligenti. Ecco perché

I bambini che frequentano l’asilo sembrano avere un quoziente intellettivo inferiore rispetto ai piccoli che stanno a casa con genitori o baby sitter. La spiegazione degli scienziati

I bambini dell'asilo sono meno intelligenti
I bambini dell'asilo sono meno intelligenti Shutterstock

BOLOGNA - Quanto è intelligente tuo figlio? Secondo alcuni ricercatori il suo quoziente intellettivo potrebbe dipendere da quanto tempo ha trascorso all’asilo o a casa. Pare infatti che i piccolissimi che sono stati lontani dai genitori per passare del tempo con i loro coetanei non riescano a dare il meglio di sé in termini di intelligenza. Ecco la teoria degli scienziati.

Meglio stare a casa
I bambini che frequentano l’asilo nido prima dei due anni evidenziano un quoziente intellettivo decisamente ridotto. Meno cinque punti rispetto a chi sta con mamma o papà. Ma un lato positivo sembra esserci anche per loro. I piccoli che passano diverse ore all’asilo, infatti, si muovono di più diminuendo il rischio di malattie collegate all’aumento di peso. Ad asserirlo sono stati alcuni studiosi di Bologna presso il Forum della Simpe (Società italiana medici pediatri) e dell'Osservatorio nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza Paidòss.

L’ambiente è stimolante solo a casa
Secondo i risultati dello studio, la propria abitazione può essere considerato un ambiente particolarmente stimolante per un bambino piccolo mentre andare all’asilo nido significa non crescere particolarmente a livello intellettuale. Il problema sembra derivi dal numero di adulti che si dedicano a un singolo bambino. Va da sé che in simili strutture è praticamente impossibile che ci sia un adulto per ogni bambino. Al contrario, se si sta a casa con genitori o baby sitter, un individuo in crescita ha a disposizione una persona che si dedica interamente a lui, migliorando notevolmente le capacità di apprendimento.

I dettagli dello studio
Per arrivare a simili conclusioni i ricercatori del dipartimento di Scienze Economiche dell'università di Bologna hanno coinvolto 500 famiglie che avevano tentato di iscrivere il proprio bambino all’asilo nido negli anni tra il 2001 e il 2005. Gli studiosi hanno analizzato i dati di settantamila bambini estrapolandone, quindi, solo 500. Più precisamente, solo quelli che erano vicini al numero di posti disponibili. «Le graduatorie tengono conto di fattori socioeconomici, come la presenza di disabilità, l'assenza di un genitore, lo status lavorativo di padre e madre e, a parità, anche il reddito e la ricchezza familiare. Quindi valutare gli ultimi bambini in graduatoria e i primi tra gli esclusi ci ha consentito di analizzare famiglie omogenee per livello sociale. Queste famiglie sono state contattate quando i figli avevano dagli 8 ai 13 anni e i bambini sono stati sottoposti a test per misurare il quoziente intellettivo, a test di personalità e per valutare disturbi comportamentali, alla misurazione dell'indice di massa corporea», ha dichiarato Giulio Zanella, autore dello studio.

Cinque punti in meno a chi andava al nido
Dai risultati è emerso che i bambini di genitori che erano riusciti a fare entrare il proprio piccolo all’asilo nido erano quelli che possedevano un quoziente intellettivo inferiore di circa cinque punti. «Il nostro campione ha incluso famiglie benestanti con tutti e due i genitori che lavoravano e un reddito medio di circa 80.000 euro annui. I figli di queste coppie sono molto stimolati e non possono essere paragonati ai primi in graduatoria, che arrivano da contesti svantaggiati. Quando l'ambiente familiare è stimolante, per lo sviluppo cognitivo del bimbo è più importante l'interazione uno a uno con l'adulto. Quelle con i coetanei sono invece pressoché nulle», conclude Zanella.

Che fare, dunque?
Secondo gli scienziati la soluzione non è evitare l’asilo nido ma trovare una soluzione che permetta ai propri figli di crescere nel migliore dei modi. «La soluzione non è ovviamente sparare sugli asili nido ma organizzarli diversamente. Aumentando il numero di educatori o preferendo formule come i micro-nido, in modo da portare il rapporto educatori-bimbi verso un uno a uno. Permettendo anche ai bambini che arrivano da famiglie benestanti di poter avere dei vantaggi», ha dichiarato il presidente Simpe, Giuseppe Mele. «È fondamentale la relazione di attaccamento con un adulto che dà affetto, sicurezza, protezione. Prima di apprendere hanno bisogno di costruirsi reti neuronali legate alla protezione. Gli affetti in questa fase della vita sono molto più importanti degli stimoli. Al primo posto c'è la protezione, la sicurezza e l'attaccamento, al secondo una adeguata stimolazione, al terzo la socializzazione. I bambini entro i due anni non sono orientati a socializzare, non è un loro bisogno. Per questo l'indicazione di ridurre il numero di adulti al nido per cercare di avvicinarsi ad un rapporto uno a uno è ottima. L'importante è che questi adulti forniscano cure adottando un codice affettivo, che siano nonni, genitori, baby sitter o educatori non c'è differenza sostanziale», conclude Alberto Pellai, psicoterapeuta dell'età evolutiva all'università di Milano.

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