18 gennaio 2020
Aggiornato 10:30
Operazione miracolo dei medici

In fin di vita dopo l’incidente si salva grazie a un intervento ‘impossibile’

Un ragazzo di 21 anni del bergamasco è stato salvato dai medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo che hanno eseguito un intervento che andava contro tutti i manuali di medicina

Intervento miracolo al Papa Giovanni XXIII
Intervento miracolo al Papa Giovanni XXIII Shutterstock

BERGAMO – Stava tranquillamente passeggiando in montagna quando un masso è stato colpito alla da un masso che l’ha ridotto in fin di vita, provocandogli gravissime lesioni al torace. È accaduto domenica 3 settembre pomeriggio a Paolo Caldara di Grumello del Monte che, con gli amici, si era messo in cammino alla volta del Rifugio Coca, a Valbondione. La meta è situata 1.892 metri di altitudine, e per giungerci occorrono circa tre ore di scarpinata. Era insieme ai suoi amici, e si erano fermati tutti insieme per uno spuntino. Questo è tutto quello che Paolo ricorda, perché da lì in poi è buio completo, riporta l’Eco di Bergamo. Poi chiamata dei soccorsi, l’arrivo d’urgenza all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e la frenetica corsa per salvargli la vita.

L’intervento impossibile
Le condizioni di Paolo sono apparse subito disperate, era infatti giunto in ospedale in fin di vita. Per cui bisognava prendere una decisione al più presto. L’unica soluzione possibile, però, al momento era quella di intervenire in una modalità che andava contro tutte le regole. Il ragazzo è infatti stato tenuto per 12 giorni attaccato a un macchinario chiamato Ecmo, che si sostituisce a cuore e polmoni nell’ossigenazione del sangue. E fin qui, niente di così strano, se non fosse che i medici hanno seguito la procedura senza utilizzare gli anticoagulanti, come invece si fa di solito. Ma c’era ovviamente un perché: se i medici non avessero fatto così, il ragazzo sarebbe morto dissanguato in meno di mezzora.

Non c’era scelta
«Sapevamo di non avere molta scelta – ha raccontato il dottor Luca Lorini, direttore dell’Unità di Anestesia e Rianimazione – Dovevamo usare l’Ecmo, una macchina dotata di cannule che, entrando dal collo, raggiungono il cuore per portare il sangue all’ossigenatore. Un ossigenatore che per funzionare deve ricevere sangue fluidificato. Per questa ragione è necessaria la somministrazione continua di eparina. Ma l’anticoagulante avrebbe ucciso il paziente». E la situazione era talmente drammatica che non c’era molto tempo per stare a pensare: in soli 20 minuti Paolo avrebbe perso tutti e cinque i litri di sangue che gli restavano in corpo: «Dovevamo decidere se comunicare ai genitori che non restava più nulla da fare o procedere con l’eparina, che secondo la conoscenza medica avrebbe causato la morte al 99,9%. Oppure fare tutto il contrario di quello che dice la medicina». E così è stato. Anche se, ammette il medico, «non sapevamo se la macchina avrebbe continuato a ossigenare il sangue. Il filtro, senza anticoagulanti, avrebbe potuto bloccarsi». Ma, per fortuna di Paolo tutto è andato bene e l’Ecmo ha fatto il suo dovere. «Il sanguinamento è continuato tutta la notte – conclude il dott. Lorini – non più a un litro e mezzo all’ora, ma a 800 millilitri, poi 500. Fino a che, quattro giorno dopo, ha smesso di sanguinare». E Paolo è stato salvato.