26 settembre 2018
Aggiornato 01:00

Cancro al pancreas: ecco la tecnica innovativa che salva la vita

Grazie a una tecnica innovativa e mini-invasiva importata dal Giappone, l’Italia Ŕ il primo paese in grado di allungare la sopravvivenza ai pazienti affetti da cancro al pancreas
Una tecnica innovativa dal Giappone per il tumore al pancreas
Una tecnica innovativa dal Giappone per il tumore al pancreas (Shutterstock.com)

Un nuovo, incredibile, intervento minimamente invasivo, potrà salvare la vita di molti pazienti oncologici affetti da cancro al pancreas. Praticato recentemente all’Istituto Tumori Giovanni Paolo II, non era mai stata utilizzata prima né in America, né nel resto dell’Europa. Ma le promesse sono ottime e i risultati eccezionali. Ecco come funzione a chi può praticarlo.

Importata dal Giappone
L’innovativa tecnica è stata direttamente importata dalla conoscenza medica Giapponese, dove è stata già sperimentata con successo negli anni precedenti. E, finalmente, l’innovazione sbarca anche i Europa, prima fra tutti l’Italia con l’unità Operativa di Oncologia Interventistica e Medica Integrata diretta dal dottor Cosmo Damiano Gadaleta. La tecnica è stata possibile praticarla grazie alla collaborazione di un gruppo di medici oncologici del reparto di Oncologia Medica Integrata, diretta dal dottor Girolamo Ranieri.

La tecnica e il primo intervento
«La tecnica consiste nell’attuazione di un trattamento loco-regionale mininvasivo di tipo combinato, fisico e chimico, per così dire, chirurgico e medico – spiega in una nota il dottor Gadaleta – In un primo tempo, nel corso di un intervento radio-chirurgico mininvasivo (accesso percutaneo di 2 millimetri), eseguito in sala operatoria angiografica con l’ausilio di angiografia, TAC ed Eco, il chirurgo radio-oncologo, dopo una meticolosa e lunga identificazione radiologica, a cielo coperto, di tutte le numerose piccole arterie che giungono al pancreas e al suo tumore dagli organi vicini, procede dall’interno dei vasi alla loro chiusura con emboli metallici e colla, lasciando aperta una sola via di accesso in corrispondenza della coda del pancreas: qui viene piazzato un cateterino per poter procedere al secondo tempo terapeutico».

Dopo, i chemioterapici
Al termine dell’intervento si passa alla fase prettamente farmacologica, momento in cui si somministrano i chemioterapici. «A questo punto, attraverso il cateterino, si procede a una lenta e prolungata somministrazione di chemioterapico. In questo modo, tutto il pancreas, compreso il tumore e le sue diramazioni che abbracciano i vasi sanguiferi e i visceri addominali vicini (duodeno, vena porta, arteria epatica e splenica) sono lentamente e continuamente perfusi con piccole ma ininterrotte quantità di chemioterapico che, un po’ alla volta, fa restringere il tumore, fino a renderlo trattabile ulteriormente con altre modalità (elettroporazione e/o chirurgia tradizionale)».

Una sopravvivenza più lunga
Il tumore al pancreas rappresenta ahimè, una delle principali cause di morti premature, con un altissimo numero di eventi fatali in meno di due anni dalla diagnosi. Tuttavia, grazie a tale procedura si assiste una sopravvivenza molto più lunga. «Questa procedura, da sola, consente – spiega l'Istituto Tumori - la più lunga sopravvivenza oggi raggiungibile nei pazienti con cancro pancreatico, pari a circa 30 mesi dall’intervento». Ma la durata della vita aumenta ulteriormente grazie ai farmaci, l’elettroporazione reversibile, l’ipertermia esterna non invasiva e la chemioterapia sistemica. «Ulteriori trattamenti locali quali l'elettro-chemioterapia, unitamente all'ipertermia esterna non invasiva e ad una quota di chemioterapia sistemica (chemio-ipertermia, macchinario di cui è dotato l'istituto barese) potranno ulteriormente prolungare questo prezioso lasso temporale», concludono gli esperti.