25 gennaio 2020
Aggiornato 08:00
Malattie neurodegenerative

Alzheimer: scoperta l’origine. Si aprono le porte a una possibile cura

Scienziati italiani scoprono che l’Alzheimer potrebbe avere origine in un’area del cervello che regola umore. Lo studio apre le porte a una possibile cura di una malattia che oggi non ne ha

Alzheimer, scoperta l'origine in un'area del cervello che regola l'umore
Alzheimer, scoperta l'origine in un'area del cervello che regola l'umore Shutterstock

ROMA – I ricercatori italiani dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione con la Fondazione IRCCS Santa Lucia e il CNR di Roma, hanno scoperto in uno studio pubblicato su Nature Communications quale potrebbe essere l’origine della malattia di Alzheimer che, ancora oggi, non è curabile.

Una scoperta epocale
Quella del dottor Marcello D’Amelio, professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia all’UCBM, e colleghi potrebbe essere una scoperta epocale, che apre le porte a una possibile cura dell’Alzheimer. A differenza di quanto creduto finora, l’origine della malattia non avverrebbe nell’area del cervello associata alla memoria – che notoriamente viene intaccata dall’Alzheimer – ma in una moria di neuroni che avviene in un’altra area cerebrale: quella collegata tra gli altri ai disturbi dell’umore. In quest’ottica, anche disturbi come la depressione potrebbero essere considerati una spia della malattia di Alzheimer, e non il contrario.

  • L’Alzheimer
    La malattia neurodegenerativa che colpisce il cervello è sempre più diffusa nel mondo occidentale. Si calcola che nel 2016 i malati di Alzheimer fossero oltre 27 milioni nel mondo (in costante aumento), con almeno 600mila italiani che devono lottare contro questa malattia.

Non è così
Come accennato, fino a oggi l’origine dell’Alzheimer o comunque il processo che portava alla demenza si riteneva avesse origine in una degenerazione delle cellule dell’ippocampo, l’area del cervello che controlla la memoria. A essere invece coinvolta sarebbe invece l’area tegmentale ventrale, in cui è prodotta la dopamina, il noto neurotrasmettitore collegato all’umore e agli eventuali e relativi disturbi. È qui che avverrebbe la morte dei neuroni che promuovono la produzione di dopamina. Poca o nulla dopamina che arriva all’ippocampo provoca un malfunzionamento che si traduce nella perdita della memoria o dei ricordi – tipico dell’Alzheimer.

Lo studio
Per arrivare alle loro conclusioni i ricercatori hanno condotto una serie di test su modello animale. Ripristinano, con due distinte terapie, i livelli di dopamina perduti i modelli recuperavano non soltanto i ricordi ‘perduti’ ma anche la motivazione. «L’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche nell’area che controlla la gratificazione – spiega il prof. D’Amelio – Per cui, con la degenerazione dei neuroni dopaminergici, aumenta anche il rischio di perdita di iniziativa». Questa degenerazione sarebbe dunque alla base di alcuni sintomi dell’Alzheimer quali il calo dell’interesse per la vita e le attività connesse (o quotidiane) e la depressione.

I campanelli d’allarme
Secondo i ricercatori, depressione, malumore e perfino aggressività non sarebbero più una conseguenza o degenerazione dell’Alzheimer, ma piuttosto dei campanelli d’allarme che devono indurre a pensare che si sta sviluppando la malattia. «Perdita di memoria e depressione sono due facce della stessa medaglia», conclude D’Amelio.