27 ottobre 2021
Aggiornato 06:00
Salute | Medicina

L’olio di pesce protegge dalle malattie neurodegenerative

Come il Parkinson e la Corea di Huntington

Secondo una ricerca condotta dal team guidato da Nicolas Bazan, Direttore del Neuroscience Center of Excellence dell’Università della Louisiana, un acido grasso Omega-3, introdotto nella dieta, è in grado di proteggere dalle malattie neurodegenerative come il Parkinson e la Corea di Huntington. In particolare, questo acido grasso sembra in grado di proteggere le cellule cerebrali prevenendo il cattivo assemblamento strutturale di una proteina frutto di una mutazione genetica, riscontrata nei pazienti affetti da malattie neurodegenerative.

La ricerca è stata presentata il 19 aprile al meeting annuale della American Society for Nutrition. Banaz e colleghi hanno sviluppato un modello cellulare presentante la mutazione del gene Ataxin-1, che, se mutato, induce il cattivo assemblamento strutturale dell’omonima proteina. Queste proteine malformate non possono essere adeguatamente processate nei normali meccanismi cellulari, formando degli ammassi proteici tossici per la proteina, che ne indurrebbero la morte. L’Atassia Spinocerebellare, una malattia che colpisce la sfera del linguaggio, i movimento oculari e la coordinazione delle mani già in tenera età, è uno dei disordini derivanti da difetti di conformazione della proteina Ataxin-1.

La ricerca ha permesso di comprendere che l’acido grasso Omega-3 DHA protegge le cellule da questo difetto. In laboratorio è stato prima visto che la neuroprotectina D1 (NPD1), una molecola normalmente presente nel cervello umano - che deriva da DHA - è anch’essa coinvolta nella sopravvivenza delle cellule cerebrali. Quindi si è capito che in questo sistema NPD1 è in grado di soccorrere le cellule morenti esprimenti la forma mutata di Ataxin-1, preservandone l’integrità. «Questi esperimenti forniscono la proof of principle che la neuroprotectina D1 può essere impiegata a scopo terapeutico per combattere numerose malattie neurodegenerative» spiega Bazan.

«Inoltre la nostra ricerca fornisce le basi per nuovi approcci terapeutici per manipolare le cellule epiteliali pigmentate della retina come fonte di NPD1 ai fini del trattamento dei pazienti che presentano questa mutazione, come nei casi di alcune forme di Parkinson, Retinite pigmentosa e di Alzheimer».