26 novembre 2022
Aggiornato 22:30
Partito Democratico

Enrico Letta ora si appella all'orgoglio democratico

Il segretario del Partito Democratico rilancia il congresso costituente ponendo solo due paletti: tempi certi e la salvaguardia del partito dalle incursioni di chi lo vorrebbe liquidare.

Il Segretario del PD, Enrico Letta
Il Segretario del PD, Enrico Letta Foto: Agenzia Fotogramma

Enrico Letta in direzione si appella all'orgoglio democratico, il segretario rilancia il congresso costituente ponendo solo due paletti: tempi certi e la salvaguardia del partito dalle incursioni di chi lo vorrebbe liquidare. Un percorso sostenuto praticamente da tutti ma che Andrea Orlando corregge con un avvertimento: non basta dire che non ci si scioglie, «anche i socialisti francesi non volevano sciogliersi? Dobbiamo chiarire un punto: da che parte stiamo nel conflitto sociale? Altrimenti finiremo nella tenaglia», di M5s da un lato e del terzo polo dall'altro.

Nelle quasi sette ore di riunione parlano in tanti, dopo il segretario, non manca qualche malumore, soprattutto da parte di chi non ce l'ha fatta ad entrare in Parlamento come Monica Cirinnà, Alessia Morani, Giuditta Pini e Valentina Cuppi. Lo scioglimento lo escludono tutti, ma che ci siano idee molto diverse su cosa deve essere il Pd appare chiaro: Goffredo Bettini esclude di voler fare una «cosa rossa», ma aggiunge: «Dobbiamo discutere di cosa vogliamo essere e chi vogliamo rappresentare perché questo non è apparso chiaro». E' l'invito che arriva un po' da tutti, anche se la risposta non è affatto unica.

C'è «l'ala sinistra», che insiste: bisogna rivolgersi a chi non ce la fa, ai deboli, non si può lasciare quell'elettorato a M5s. In modi diversi, lo dicono in tanti, da Giuseppe Provenzano ("Un nuovo Pd per una nuova sinistra") a Francesco Boccia (che chiede di discutere anche «di alleanze», riferendosi a M5s), passando per Gianni Cuperlo (che - come anche altri - accenna pure a qualche distinguo sull'Ucraina :"E' giusta la strategia di Zelensky in questo momento"?). Parole simili a quelle di Cesare Damiano, Anna Rossomando

Ma poi c'è anche il fronte «riformista». Irene Tinagli vuole «recuperare lo spirito fondativo», parla di «la lotta alle diseguaglianze», ma «non con l'assistenzialismo ma con la cultura, il Lavoro». E rilancia «l'idea che il lavoro non si fa contro le imprese, i commercianti, gli artigiani». E' l'impostazione del Pd di Walter Veltroni, quella che l'ala sinistra del Pd contesta. La stessa che richiama Walter Verini, che propone una mobilitazione per il 14 ottobre, in occasione dell'anniversario delle primarie fondative del Pd.

Poi c'è Alessandro Alfieri di Base riformista, che attacca «i dirigenti di Articolo Uno e anche qualche autorevole dirigente del Pd (Emiliano, ndr) che in campagna elettorale invitavano a votare M5s». Per Debora Serracchiani, quindi, il problema è che il Pd non ha mai mescolato le culture di provenienza. E Matteo Orfini che tocca uno dei temi di fondo: «"C'è un non detto: c'è un pezzo dei gruppi dirigenti di questo partito che non ha più fiducia in questo partito». E, aggiunge - come quasi tutti - «le scelte che abbiamo fatto hanno trasformato il Pd nel partito della tutela dello status quo. Noi siamo nati per essere il partito del cambiamento».

Insomma, tutti d'accordo solo su un punto: il Pd non ha un'identità. Ma su quale deve essere l'identità rimane una netta divisione in due, tra chi immagina un Pd molto più «di sinistra», intesa in senso tradizionale, e chi chiede invece di attuare veramente il progetto originario creando una «sintesi», un nuovo pensiero progressista. Appunto, Orlando che chiede «da che parte stiamo nel conflitto sociale» e Tinagli che rivendica un Pd capace di stare con i lavoratori ma anche con imprese e artigiani, come anche Graziano Delrio.

Letta su questo non si schiera, il segretario lascia il tema al dibattito congressuale. Si limita a dire che «la questione ambientale e quella sociale saranno centrali». Il leader Pd però precisa il suo pensiero sulle alleanze: «La nostra identità non è data dalle alleanze, ma da quello che pensiamo sulle trasformazioni della società. Se questa riflessione è fatta in modo serio le alleanze vengono facili». Poi, ammette la sconfitta ma nega la «catastrofe», rivendica il ruolo di secondo partito italiano e, soprattutto, si sforza di difendere l'idea stessa di Pd: «E' stato un grande successo. Cosa vogliamo fare?». La risposta a questa domanda non è affatto scontata.

(con fonte Askanews)