15 agosto 2022
Aggiornato 18:30
Crisi di Governo

Fallisce la moral suasion di Gianni Letta, Berlusconi sceglie l'asse con Salvini

Alla fine nel centrodestra vince il partito di chi voleva le elezioni e non è un caso se nelle ultime ore tutti ci abbiano tenuto a far sapere che si sono infittiti anche i contatti con Giorgia Meloni

Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia
Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia Foto: ANSA

Chi si aspettava che sarebbe stato Silvio Berlusconi a salvare capre e cavoli, a tenere la Lega dentro il governo in nome di quella stabilità che Gianni Letta lo aveva supplicato di perseguire, alla fine si è dovuto ricredere. E chissà se c'entra davvero il lato umano, se è vero che a convincere il leader di Forza Italia a mettere la parola fine all'esperienza di questo governo c'è anche il carattere algido di Mario Draghi, quella sensazione che non lo abbia mai tenuto abbastanza in considerazione nonostante «sono stato io a volerlo alla guida della Bce».

Di certo i canali di comunicazione non sono stati facilissimi tra villa Grande, dove l'ormai ex centrodestra di governo si è riunito in maniera pressoché permanente negli ultimi due giorni, e palazzo Chigi. E i toni usati dal premier nel suo intervento in Senato, sprezzanti soprattutto verso la Lega, non hanno certo aiutato chi tentava di lavorare per una ricomposizione.

Alla fine nel centrodestra vince il partito di chi voleva le elezioni e non è un caso se nelle ultime ore tutti ci abbiano tenuto a far sapere che si sono infittiti anche i contatti con Giorgia Meloni: dopo mesi di gelo e liti a distanza su chi abbia diritto a essere il candidato premier della coalizione è già una notizia di per sè.

La linea viene decisa nella residenza romana di Silvio Berlusconi e squadernata nell'aula del Senato dal capogruppo della Lega, Massimiliano Romeo. L'offerta è quella del sostegno a un Draghi bis non solo senza M5s ma anche con una «discontinuità nella composizione». In pratica, un rimpasto. Ma già nell'incontro della sera prima, quando Salvini gli aveva chiesto la testa di Lamorgese e Speranza, Mario Draghi aveva fatto capire di non avere alcuna intenzione di assecondarlo.

In pratica, una proposta fatta sapendo che sarebbe stata rifiutata giusto per far credere di aver tentato, di non avere la colpa dello show down. Che poi era la preoccupazione principale di Matteo Salvini: chissà se basterà al mondo imprenditoriale del Nord che aveva provato a fare pressing perché mantenesse in piedi l'esecutivo.

Ma la verità è che questa crisi, pur innescata dai grillini, è stata l'occasione per determinare in maniera definitiva quale delle due linee in perenne conflitto dentro Forza Italia fosse la più forte. I cosiddetti filo-leghisti vincono, i filo governisti perdono. E, in alcuni casi, lasciano, come ha deciso di fare Mariastella Gelmini. «Questa Forza Italia non è il movimento politico in cui ho militato per quasi venticinque anni», «ha voltato le spalle agli italiani». Per ora tacciono Mara Carfagna e Renato Brunetta anche se viene riferito il loro disagio per la decisione presa dal partito.

E tace per ora anche la fronda leghista. Giancarlo Giorgetti, che insieme ai governatori era annoverato come il capo del partito della stabilità nella Lega, prende anche parte al vertice di villa Grande. Alla fine, però, è game over e non una voce dissonante si leva dal Carroccio.

(con fonte Askanews)