7 dicembre 2021
Aggiornato 08:30
Partito Democratico

Enrico Letta dice sì al PD: «Verità, non unanimismo»

L'ex premier raccoglie l'appello del Pd e si candida alla segreteria del partito, di fatto accetta di diventare il nuovo leader democratico perché è scontato un voto pressoché unanime all'assemblea di domenica

Video Agenzia Vista

Enrico Letta «c'è», l'ex premier raccoglie l'appello del Pd e si candida alla segreteria del partito, di fatto accetta di diventare il nuovo leader democratico perché è scontato un voto pressoché unanime all'assemblea di domenica prossima. L'annuncio di Letta arriva con un breve video su Twitter, poche parole perché il resto verrà detto domenica in assemblea, e subito parte il coro di dichiarazioni di sostegno e di apprezzamento, persino da Base riformista, l'area di Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Solo Matteo Orfini, pur augurando «in bocca al lupo», per ora non chiarisce se voterà o no Letta.

Un rito abituale in casa democratica, un quasi unanimismo negli organismi ufficiali del partito, quasi sempre poi contraddetto nelle interviste e nei voti in Parlamento. Non a caso Letta nel suo breve messaggio una cosa la dice molto chiaramente: «Io non cerco l'unanimità, cerco la verità nei rapporti tra di noi per uscire da questa crisi e guardare lontano». Su questo punto il quasi neo-segretario insiste: «Parlerò domenica all'assemblea del Pd, io credo alla forza della parola, al valore della parola. Chiedo a tutti coloro che domenica voteranno di ascoltare la mia parola, di votare sulla base delle mie parole». E il punto-chiave è quel richiamo al «valore della parola», che in questo caso va intesto come coerenza con le promesse fatte, con gli impegni assunti.

Letta sa bene che la minoranza (o meglio, la ex minoranza a questo punto), ma anche una parte della maggioranza che sosteneva Zingaretti avevano deciso da settimane di puntare sul congresso anticipato. Un tema che, anche dopo i colloqui tra Letta e i capicorrente in questi giorni, è oggi sparito dall'agenda. Ne parlerà l'ex premier domenica in assemblea (non sono previsti altri interventi oltre al suo e a quello di apertura della presidente Valentina Cuppi) e si vedrà se offrirà solo un congresso «per temi», come intendeva fare Zingaretti, o se aprirà all'ipotesi di un congresso come pure si sente nei rumors Pd in queste ore.

Oggi, appunto, nessuno ha sollevato la questione. Dario Franceschini si è limitato ad un secco «Grazie Enrico su Twitter», Andrea Orlando è stato appena più prolisso: «Grazie Enrico, una scelta bella e generosa. Buon lavoro». Nicola Zingaretti si dice convinto che «Enrico Lettasia la persona giusta per aiutare il Pd», mentre Guerini commenta: «Bene la disponibilità di Enrico Letta. Ora al lavoro per un Pd più forte».

Di sicuro, Letta domenica chiederà a tutti di impegnarsi i un dibattito anche duro ma sul modello di paese, sulla visione che il Pd deve offrire all'Italia, sull'idea di futuro da proporre ai cittadini. Insomma, un dibattito molto diverso da quello che si è visto in questi anni nel partito.

Lotti: «PD ritrovi identità e autonomia dal M5s»

«Letta parta dall'agenda Draghi e aiuti a portare il Pd verso una linea di azione chiara e un'autonomia politica, anche dal M5s. E poi che aiuti a rispondere ad una domanda: perché oggi votare il Pd?». È l'auspicio di Luca Lotti, intervistato dal Messaggero, che assicura il sostegno di Base Riformista, la corrente del Pd che facapo a lui e a Lorenzo Guerini: «Pronti a fare la nostra parte, portare le nostre idee, dare il nostro contributo».

Ma la richiesta del congresso «resta sul tavolo. Sappiamo che è impraticabile farlo oggi, nel momento in cui gli italiani stanno combattendo contro il virus. A Zingaretti abbiamo chiesto, e a dire il vero non solo noi, un confronto sull'identità e sul futuro del Pd. Siamo dell'idea che questo tema debba riguardare i nostri iscritti e militanti: è doveroso coinvolgere la base e appena possibile farla esprimere».

Un confronto che riguarderà anche le alleanze e il rapporto con il Movimento 5 Stelle: «Conte era stato indicato come riferimento dei progressisti, ma faccio notare che nel frattempo è diventato leader di un partito. Per mesi abbiamo parlato di alleanze strategiche o alleanze politiche, senza coinvolgere nella discussione la nostra gente. Spero che nel Pd prima si ritrovi una solida autonomia identitaria e poi si parli di alleanze. Non il contrario».

Infine Lotti dice di essere rimasto sorpreso dalle dimissioni di Zingaretti: «Non conosco tutte le motivazioni che hanno spinto Nicola e non so perché abbia usato parole così forti. Di sicuro la lettura fatta da più parti - cioè che è tutta colpa della minoranza - è falsa e strumentale».

(con fonte Askanews)