3 dicembre 2022
Aggiornato 19:00
L'intervista

Ilaria Bifarini: «Le accuse francesi all’Italia sull’immigrazione? Sono pura ipocrisia»

L’economista e saggista Ilaria Bifarini commenta al DiariodelWeb.it la linea dura della Meloni sui porti chiusi: «Fa bene, questa situazione migratoria è insostenibile»

Il presidente francese Emmanuel Macron con la premier italiana Giorgia Meloni
Il presidente francese Emmanuel Macron con la premier italiana Giorgia Meloni Foto: ANSA

Il tema dell'immigrazione è tornato al centro dell'attualità politica, complice lo scontro diplomatico accesosi tra Italia e Francia attorno al caso Ocean Viking. I 230 migranti a bordo della nave, respinti dal governo Meloni, sono alla fine sbarcati oltralpe, a Hyères, con il risultato che Parigi ha apertamente accusato Roma di disumanità. Ma Macron e i suoi, alla luce della loro storia, sono davvero investiti dell'autorità morale per impartirci lezioni di accoglienza? Il DiariodelWeb.it lo ha chiesto a Ilaria Bifarini, economista, studiosa e saggista che al fenomeno migratorio dedicò nel 2018 il libro «I coloni dell'austerity».

Ilaria Bifarini, che cosa ha pensato di fronte alla presa di posizione francese contro l'Italia?
È pura ipocrisia. L'esempio plastico del modo in cui agisce l'Unione europea e della doppia morale che impera in questi tempi. La Francia ha un passato coloniale che non ha mai superato.

A cosa si riferisce?
A quella che è stata definita la «Francafrique». Anche a seguito della decolonizzazione e al raggiungimento delle autonomie nazionali da parte degli Stati africani, in realtà la Francia prosegue la sua egemonia sul continente africano, mantenendo una sovrintendenza e un legame indissolubile a livello statale, economico e politico.

Come si realizza questo legame?
Attraverso una serie di divieti imposti allo sviluppo delle economie africane: di manifattura, di primo acquisto, di commercio di prodotti francesi... E attraverso un'ingerenza molto forte anche dal punto di vista militare, fatta di continui interventi. Non ultima, pensiamo alla moneta coloniale a tutti gli effetti, il Franco Cfa.

Qualche anno fa si sollevò una grande polemica politica al riguardo.
Giustamente, perché è uno scandalo che gli Stati africani dipendano perfino dalla Banca centrale francese, la quale stampa questa moneta e dove ne veniva depositata metà delle riserve. Nel 2018 ne parlò la stessa Meloni alla sua manifestazione Atreju, alla quale io partecipai dopo l'uscita del mio libro.

Da allora è cambiato qualcosa?
Nonostante le diverse proteste degli Stati africani, che recriminavano quell'indipendenza che non c'è mai stata, il cambiamento è stato solo di facciata. Il Franco Cfa sta per essere sostituito da una nuova moneta, Eco: non una valuta locale e nazionale, ma comunque agganciata all'euro e stampata dalla Banca di Francia.

Se oggi i cittadini africani si trovano in condizione di emigrare, dunque, è anche in virtù del trattamento colonialista che hanno ricevuto dai francesi.
Sicuramente. Nessuno si occupa di investigare i motivi alla base di questo esodo di massa. Prima di tutto, il mancato sviluppo interno delle economie locali, inibito dal neocolonialismo delle principali potenze, Francia in primis, che ora si trova a fare i conti con la minaccia cinese. Poi, l'ingerenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale: mi riferisco ai cosiddetti Piani di aggiustamento strutturale. Per non parlare dell'enorme speculazione delle ong.

Un altro argomento da tempo molto caldo.
Oltre ai trafficanti di uomini, a cui oggi assistiamo tristemente, esistono grandi organizzazioni mondiali che operano incentivando l'emigrazione, attraverso dei veri e propri «migration loans», prestiti per emigrare. Una di queste, poco conosciuta benché sia la più grande, è la bengalese Brac, fondata con i finanziamenti del premio Nobel per l'economia Yunus e dei soliti Bill Gates e Clinton. Anziché incentivare lo sviluppo locale con il microcredito, gli africani vengono spinti a lasciare le proprie terre.

Questi soggetti hanno creato il problema e ora pretendono che noi glielo risolviamo?
Dobbiamo prendere atto, senza paura di essere accusati dai soliti guardiani del discorso e dai doppiopesisti che si ammantano di superiorità morale, che l'Italia è il campo profughi d'Europa. Di tutti gli arrivi nel nostro Paese, le ricollocazioni sono un numero irrisorio: in Francia sono state solo 38. È ora di affrontare questo problema, che ogni volta viene ripreso dai governi di destra, ma anche strumentalizzato in modo stucchevole dalla sinistra, che di fatto rema contro il suo stesso Paese.

Quindi bene ha fatto la Meloni a tenere la linea dura sui porti chiusi.
Certamente. Speriamo che mantenga lo stesso atteggiamento, perché la situazione è insostenibile. Gli sbarchi sono aumentati in modo incontrollato e, in questi due anni di monopolio narrativo della pandemia, nessuno se n'è occupato. Ma questo fatto crea problemi importanti a livello di accoglienza, di integrazione e anche di sicurezza delle nostre città.